All’uscita delle fabbriche, alla fine di una lunga giornata, migliaia di operai camminano verso casa. Hanno le mani sporche di carbone e grasso, sono stanchi, guadagnano poco e spesso vivono negli stessi quartieri. Dentro la fabbrica lavorano fianco a fianco; fuori, poco alla volta, cominciano a rendersi conto di avere anche gli stessi problemi. Un singolo operaio ha pochissimo potere davanti al proprietario di una grande fabbrica. Migliaia di operai organizzati insieme, invece, possono farsi ascoltare. È da questa semplice idea che nascono i sindacati.

Un sindacato è un’organizzazione di lavoratori nata per difendere interessi comuni, come stipendi più alti, orari più brevi e condizioni di lavoro migliori. Nel primo Ottocento nacque un vero movimento dei lavoratori, chiamato anche movimento operaio. Con lo sviluppo della società industriale, infatti, erano aumentate anche le differenze tra la borghesia, che comprendeva imprenditori e proprietari delle fabbriche, e gli operai, che ricevevano stipendi bassi e lavoravano in condizioni spesso durissime. Non si trattava più soltanto dei “poveri” che protestavano contro i “ricchi”. Gli operai cominciavano a riconoscersi come una classe sociale, cioè un gruppo di persone accomunate da una posizione simile nella società e nell’economia. Nacque così una coscienza di classe: la consapevolezza di condividere interessi, difficoltà e obiettivi con gli altri lavoratori.

Per ottenere miglioramenti duraturi servivano organizzazione e attività costanti. Si diffusero quindi i sindacati, ma anche le società di mutuo soccorso, associazioni nelle quali i lavoratori versavano piccole somme per aiutarsi in caso di malattia, incidente o disoccupazione, e le cooperative, imprese possedute e gestite insieme dai loro membri. Nacquero inoltre giornali operai, associazioni culturali e altre organizzazioni. Gli operai potevano così discutere insieme dei propri problemi e organizzare proteste e scioperi, cioè giornate in cui gli operai non andavano a lavorare per protestare contro i datori di lavoro.

Da queste esperienze nacque anche una domanda più grande: era sufficiente migliorare le condizioni degli operai oppure bisognava cambiare l’intera società industriale? Nel corso dell’Ottocento molti lavoratori e intellettuali trovarono una possibile risposta nel socialismo, un insieme di idee che criticavano le disuguaglianze economiche del mondo industriale e proponevano una società fondata su una maggiore uguaglianza e su forme di proprietà comune dei mezzi di produzione, cioè degli strumenti necessari per produrre ricchezza, come fabbriche, macchinari e grandi risorse economiche

Idee simili circolavano già ai tempi della Rivoluzione francese, ma acquistarono nuova forza nell’Ottocento, davanti alle condizioni di vita degli operai delle città industriali. Il francese Claude-Henri de Saint-Simon pensava che il progresso tecnico e scientifico potesse migliorare la vita degli esseri umani, purché fosse guidato da principi di giustizia sociale. Il suo pensiero era chiamato socialismo utopistico, da “utopia”, ossia un sogno irrealizzabile. In Gran Bretagna, l’imprenditore tessile Robert Owen migliorò le condizioni dei lavoratori nelle sue fabbriche e promosse comunità nelle quali educazione e benessere avrebbero dovuto essere alla base di una società migliore. Il francese Charles Fourier immaginò invece comunità organizzate in modo che le persone potessero lavorare insieme secondo le proprie capacità e talenti.

La proposta socialista destinata ad avere l’influenza maggiore fu elaborata dal tedesco Karl Marx insieme a Friedrich Engels. Marx ed Engels chiamarono la propria teoria socialismo scientifico, perché ritenevano che non nascesse soltanto dal desiderio di costruire una società migliore, ma dall’analisi, secondo loro scientifica, del funzionamento economico e sociale del capitalismo, ossia del sistema economico fondato sulla libertà di commercio e di movimento dei capitali, ossia delle ricchezze.

Secondo Marx, la storia dell’umanità era soprattutto una storia di lotte di classe. Nel corso del tempo erano esistiti gruppi dominanti, che possedevano terre, ricchezze e strumenti di produzione, e gruppi sottomessi a loro. Nella società industriale dell’Ottocento, secondo Marx, le due classi sociali principali erano la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione, e il proletariato, formato dai lavoratori che vivevano vendendo il proprio lavoro in cambio di uno stipendio e che non possedevano nulla se non i propri figli, ossia la prole.

Secondo Marx, il capitalismo aveva prodotto enormi trasformazioni e progressi, ma era un sistema in cui la ricchezza si concentrava nelle mani di pochi proprietari, mentre una massa crescente di proletari dipendeva dal solo stipendio per vivere. Questo sistema avrebbe portato a crisi economiche sempre più forti.

Marx prevedeva quindi che il conflitto tra borghesia e proletariato sarebbe diventato sempre più duro, fino a provocare una rivoluzione proletaria, cioè una rivoluzione guidata dalla classe lavoratrice. I proletari avrebbero rovesciato il potere della borghesia e avviato la costruzione di una nuova società. L’obiettivo finale era il comunismo: una società senza classi sociali e senza proprietà privata, nella quale tutto sarebbe stato in comune, per il bene di tutti.

Per Marx, dunque, il socialismo era il risultato necessario dell’evoluzione storica. Come la società capitalistica aveva sostituito quella feudale attraverso l’ascesa della borghesia, così, secondo lui, il capitalismo sarebbe stato a sua volta superato dall’ascesa del proletariato.

Marx ed Engels descrissero queste idee in opere che ebbero un’enorme diffusione, come il “Manifesto del Partito comunista”, pubblicato nel 1848, mentre Marx descrisse in maniera più ampia la sua analisi economica ne “Il Capitale”.

Nel 1864 nacque a Londra l’Associazione internazionale dei lavoratori, ricordata come Prima Internazionale, con l’obiettivo di mettere in contatto organizzazioni operaie e movimenti politici di diversi Paesi. Con il tempo, dove le leggi permettevano una maggiore partecipazione politica e il diritto di voto si allargava, una parte del movimento operaio cominciò anche a organizzarsi in partiti politici socialisti, con l’obiettivo di rappresentare direttamente i lavoratori nelle istituzioni.


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