19.6 Parola chiave: Selvaggio

Immagina una spiaggia lontanissima. Sabbia chiara, palme piegate dal vento, montagne verdi che scendono verso il mare. Uomini e donne si muovono scalzi, ridono, cantano, vivono senza città e senza eserciti. Nessun palazzo reale, nessun tribunale, nessuna banca. Solo oceano, natura e villaggi.

Tu potresti definirli “selvaggi”, perché lontani dalla civiltà europea. Ma questa parola, nel Settecento, non aveva sempre un significato negativo. Durante l’Illuminismo, nacque infatti il mito del “buon selvaggio”: l’idea che gli uomini lontani dall’Europa fossero più puri, più liberi e meno corrotti, proprio perché non toccati dalla civiltà moderna.

Secondo questa visione, la società europea (con le sue disuguaglianze, le sue guerre e le sue ricchezze concentrate in poche mani) aveva allontanato l’uomo dalla sua natura originaria. Il “selvaggio”, invece, sembrava vivere ancora nello “stato di natura”, cioè in una condizione semplice e primitiva, precedente alla nascita degli Stati e delle guerre. Jean-Jacques Rousseau fu uno dei pensatori che più contribuirono a diffondere questa idea: sosteneva che la civiltà moderna avesse limitato le libertà che gli uomini possedevano in origine.

Ma dove si trovavano questi selvaggi felici? Nella seconda metà del Settecento le grandi esplorazioni scientifiche nel Pacifico alimentarono il mito. Gli europei cercavano ancora la misteriosa Terra Australis (in latino: “terra meridionale”), un immenso continente australe immaginato dagli antichi cartografi. I viaggi di navigatori come Wallis, Bougainville e soprattutto James Cook chiarirono la geografia dell’Oceano Pacifico e definirono le reali dimensioni dell’Australia.

Ma insieme alle nuove carte geografiche arrivarono anche racconti affascinanti. Tahiti e le altre isole dei Mari del Sud furono descritte come un paradiso terrestre, un nuovo Giardino dell’Eden. Un’isola lontana, agli estremi del mondo conosciuto, sembrava il luogo perfetto dove immaginare una società innocente e felice. L’isola, separata dal continente e circondata dall’oceano, appariva come uno spazio quasi fuori dal tempo.

Gli arcipelaghi della Polinesia, dispersi nell’immensità del Pacifico e lontani dai percorsi dei mercanti, sembravano mondi incontaminati. Questo si adattava perfettamente al gusto per l’esotico (cioè per ciò che è percepito come lontano e diverso) molto diffuso nell’Europa illuminista, già affascinata dall’Oriente, visto come simbolo del “Diverso”.

Così l’immagine del “buon selvaggio”, prima associata soprattutto ai popoli americani precolombiani (cioè vissuti prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo), si spostò verso le isole tropicali del Pacifico.

I racconti dei navigatori ebbero enorme successo. Bougainville definì Tahiti una “Nouvelle Cythère”, cioè una nuova Citera, l’isola greca legata al mito di Venere, dea dell’amore. Parlò di ospitalità, pace e gioia serena. Descrisse i Tahitiani come un popolo tranquillo e amante del piacere di vivere.

Perfino James Cook, più prudente nelle sue osservazioni, notò che gli abitanti sembravano non preoccuparsi per la propria sopravvivenza, perché la natura offriva loro non solo il necessario ma anche il superfluo. Osservò inoltre che avevano un’ampia libertà personale.

Questi racconti, diffusi in Europa, contribuirono a costruire un’immagine affascinante dei popoli oceanici. Gli aspetti più violenti dei primi incontri passarono in secondo piano. Si diffuse invece l’idea di un mondo felice e armonioso.

In realtà, quel “buon selvaggio” era soprattutto una creazione europea. Era uno specchio attraverso cui l’Europa criticava sé stessa. Non descriveva davvero la società polinesiana, ma esprimeva il desiderio europeo di una vita più semplice e più giusta.

Le isole del Pacifico, troppo lontane e poco adatte alle grandi coltivazioni coloniali diffuse in America, non subirono inizialmente una colonizzazione massiccia. Tuttavia, le isole oceaniche non rimasero isolate. Dall’inizio dell’Ottocento arrivarono i missionari, prima protestanti inglesi e poi cattolici francesi, cambiando profondamente la società polinesiana.

Così il mito del paradiso incontaminato cominciò lentamente a cambiare. Ma l’immagine del buon selvaggio, nata nell’Europa dell’Illuminismo, continuò a vivere nell’immaginario occidentale ancora per molto tempo.


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