Immagina una notte nelle grandi pianure del Texas. Il fuoco scoppietta nel buio, il vento piega l’erba alta e, poco lontano, centinaia di buoi muggiscono nella notte. Un uomo a cavallo gira lentamente intorno alla mandria. Ha il cappello calato sugli occhi, gli stivali con gli speroni e un fazzoletto annodato al collo. Se chiudi gli occhi e pensi alla parola cowboy, probabilmente immagini proprio una scena del genere. È il mondo dei film western, delle praterie senza fine e dei duelli al tramonto. Ma chi erano davvero i cowboy?
La parola cowboy significa letteralmente “ragazzo delle vacche” e indicava un mandriano, cioè un lavoratore incaricato di sorvegliare e spostare il bestiame. Solo dagli anni Ottanta dell’Ottocento, però, il termine cominciò a richiamare con precisione il personaggio che immaginiamo ancora oggi: l’uomo a cavallo delle grandi pianure americane. Proprio allora un mestiere duro e poco prestigioso cominciò a trasformarsi in un mito nazionale.
Per trovare le origini del cowboy dobbiamo però tornare indietro di alcuni secoli e spostarci verso sud. Buoi, pecore, capre e cavalli arrivarono nelle Americhe con i colonizzatori spagnoli. Furono portati prima nelle isole dei Caraibi e poi sul continente. Nel Cinquecento, conquistatori come Hernán Cortés crearono grandi allevamenti e, prima del 1600, il bestiame aveva già raggiunto il Rio Bravo del Norte, il fiume che oggi segna una parte del confine tra Messico e Stati Uniti.
In quelle immense proprietà lavoravano i vaqueros, mandriani a cavallo esperti nel governare i bovini. Molti erano neri ridotti in schiavitù oppure uomini di origine mista e occupavano i gradini più bassi della società. Nell’Ottocento, quando gli statunitensi si stabilirono nel Texas messicano e in seguito conquistarono vasti territori del Messico, entrarono in contatto con il mondo dei vaqueros, e impararono da loro tecniche di allevamento e di equitazione e adottarono molti dei loro strumenti e perfino alcune parole.
La storia dei cowboy si intrecciò così con la conquista del West, cioè la lunga espansione degli Stati Uniti verso le regioni occidentali del continente e l’oceano Pacifico. Giornali, racconti e romanzi trasformarono presto il cowboy nel protagonista leggendario di quel mondo: un uomo sempre a cavallo, “armato fino ai denti”, con stivali, speroni, capelli lunghi e un grande cappello. Nei pascoli aperti, lontano dalle città e dalle autorità, sembrava vivere quasi senza legge. Poteva essere rappresentato come coraggioso e affidabile, ma anche come violento e imprevedibile. La “gente per bene” delle città lo considerava spesso un combinaguai, pur ammirando la sua abilità con il cavallo e con le armi.
Nei racconti dell’epoca, inoltre, il cowboy veniva spesso presentato come difensore della “civiltà” contro i nativi americani, secondo il punto di vista, molo semplificato, dei coloni e degli Stati Uniti.
La letteratura insisteva soprattutto sulla vita “eccitante e romantica” del cowboy: giornate intere in sella, notti trascorse a dormire all’aperto e lunghissimi trasferimenti di mandrie dal Texas verso nord. Il cowboy diventò così il simbolo di una mascolinità ideale, cioè di un modello di uomo considerato forte, coraggioso, resistente e indipendente. Mentre le città crescevano e sempre più persone conducevano una vita sedentaria, il cowboy sembrava rappresentare il contrario: movimento, libertà e grandi spazi aperti.
Dietro questa immagine, però, c’era una realtà molto meno romantica. La grande espansione dell’allevamento non fu opera dei cowboy, ma soprattutto del denaro degli investitori. Imprenditori degli Stati orientali e perfino europei investirono grandi somme di denaro negli allevamenti dell’Ovest. Intanto, l’esercito combatteva le ultime grandi guerre contro le popolazioni native e le ferrovie raggiungevano Kansas, Colorado, Wyoming e Montana, permettendo di trasportare rapidamente il bestiame verso i mercati delle città.
Il cowboy in realtà era un lavoratore salariato, spesso povero, conduceva una vita con mille difficoltà e rimaneva ai margini della società. Nel frattempo, giornali, illustrazioni, romanzi e spettacoli trasformavano la figura del cowboy, trasformandolo in un eroe del West, libero, coraggioso e indipendente. E, curiosamente, il cowboy diventava sempre più popolare proprio quando, nella realtà, il mondo dei grandi allevamenti aperti cominciava a scomparire.
Stivali, speroni, pantaloni resistenti, chaps di pelle (protezioni indossate sopra i pantaloni), cintura, pistola, camicia robusta, fazzoletto e cappello a tesa larga diventarono quasi una divisa fissa del cowboy, immediatamente riconoscibile, nei racconti e nelle illustrazioni. Nella vita quotidiana quei vestiti erano in realtà spesso sporchi, consumati e rattoppati.
Il cowboy aveva anche un “gemello” altrettanto spettacolare: l’“indiano delle Pianure”. Nei Wild West Shows, grandi spettacoli popolari dedicati alla conquista dell’Ovest, come quelli organizzati da Buffalo Bill, i nativi americani venivano rappresentati attraverso immagini ripetute e semplificate: pelli, piume, cavalli e colori vivaci. Cowboy e nativi venivano messi in scena come due figure opposte: da una parte il cowboy, presentato come guardiano della “civiltà”; dall’altra l’indiano delle Pianure, rappresentato come il “selvaggio”.
Giornali, romanzi e spettacoli presentavano il cowboy quasi sempre come bianco, anglosassone e maschio, trasformandolo in un modello della presunta superiorità della “razza” anglosassone, caratterizzato da coraggio, indipendenza, forza e capacità di conquistare nuovi territori.
La realtà delle praterie era molto più varia, tra i cowboy c’erano afroamericani, messicani, nativi americani, uomini di origine mista e immigrati provenienti da diverse regioni d’Europa. Inoltre, i cowboy spesso nella realtà avevano una fama di combinaguai, per le risse che scatenavano, e per il loro stile di vita, tra bevute, gioco d’azzardo e bordelli, e, in alcuni casi, erano anche ladri di bestiame.
Il vero cowboy, povero lavoratore delle mandrie e spesso molto diverso dall’eroe dei racconti, passò lentamente in secondo piano. Al suo posto rimase una figura destinata a diventare famosa in tutto il mondo: il cowboy immaginario, trasformato nel mito di un nuovo fondatore dell’America.

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