Se le città degli Stati Uniti del dopoguerra mostravano apparentemente un volto di benessere per tutti, la situazione cambia se ci si sposta nei quartieri periferici, dove c’è ancora la segregazione razziale. È negli anni ’50 del Novecento che inizia a esplodere la situazione degli afroamericani, gli abitanti degli Stati Uniti discendenti degli schiavi africani deportati nei secoli precedenti, che erano in teoria, per legge, liberi dopo l’abolizione della schiavitù (1865), ma in pratica sottoposti a una lunga serie di limitazioni nella loro vita. La popolazione nera, soprattutto negli stati del Sud, era discriminata dalla popolazione bianca, che trattava gli afroamericani come esseri inferiori. Ma era destinato tutto a cambiare.

Il 1° dicembre 1955, a Montgomery, in Alabama, iniziò la svolta. Rosa Parks, una sarta afroamericana, salì su un autobus e si sedette in un posto riservato ai bianchi. Quando il conducente le ordinò di alzarsi, lei rifiutò. Fu arrestata, ma il suo gesto accese una protesta enorme: i circa quarantacinquemila afroamericani della città organizzarono un boicottaggio dei mezzi pubblici, ossia rifiutarono di servirsene. Per mesi gli autobus rimasero vuoti, finché la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la segregazione sui trasporti pubblici.

Da quella protesta emerse una figura destinata a segnare un’epoca: Martin Luther King, pastore protestante e leader della lotta per i diritti civili. Martin Luther King scelse la strada della non violenza, ispirata anche al pensiero di Gandhi: i manifestanti dovevano protestare pacificamente, anche di fronte alla violenza. L’obiettivo era chiaro: mostrare l’ingiustizia del razzismo all’intero paese, senza attirarsi l’odio di nessuno.  Questa strategia trovò sostegno anche tra molti bianchi, soprattutto quelli con idee progressiste. Le immagini di manifestanti pacifici aggrediti si diffusero ovunque e aiutarono a far cambiare idea alla popolazione.

Il movimento per i diritti civili aveva una forte base religiosa. Le chiese delle comunità afroamericane divennero centri di organizzazione e resistenza. Martin Luther King usava espressioni religiose, parlando spesso di “redenzione” (cioè liberazione dal male), “riconciliazione” e “comunità dell’amore”, immaginando una società in cui bianchi e neri potessero convivere in uguaglianza.

Negli stessi anni, altri episodi rafforzarono la lotta. Nel 1957, a Little Rock, in Arkansas, alcuni studenti afroamericani tentarono di entrare in una scuola riservata ai bianchi. Di fronte alla violenza della folla, il presidente degli Stati Uniti Eisenhower fu costretto a inviare l’esercito per proteggerli. Poco dopo, nel 1960, a Greensboro, alcuni studenti neri si sedettero in un locale per bianchi e rifiutarono di andarsene: nacque così il movimento dei sit-in, forme di protesta pacifica in cui si occupa uno spazio senza violenza, che si diffuse rapidamente in tutto il paese.

Il momento più famoso di questa protesta arrivò nel 1963, con la grande marcia su Washington, a cui parteciparono circa 250.000 persone. In quell’occasione Martin Luther King pronunciò il celebre discorso “I have a dream”, in cui immaginava un futuro senza discriminazioni razziali.

Accanto alla protesta non violenta, però, si svilupparono anche posizioni più estreme. Il principale leader di questa corrente fu Malcolm X, esponente della Nation of Islam, un movimento religioso afroamericano nato negli anni Trenta. Malcolm X, in alcuni casi, giustificava l’uso della violenza come risposta all’oppressione. La sua figura attirò molti sostenitori, tra cui il pugile Cassius Clay, che si convertì all’’Islam prese il nome di Muhammad Ali.

Gli anni Sessanta furono quindi segnati dalla presenza di questi due tipi di movimenti per i diritti degli afroamericani: da un lato la lotta pacifica per l’integrazione, dall’altro azioni più conflittuali. Il tutto ebbe però un finale tragico: Malcolm X fu assassinato nel 1965, mentre nel 1968 fu assassinato anche Martin Luther King.

Nello stesso anno, durante le Olimpiadi di Città del Messico, gli atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio e alzarono il pugno con un guanto nero: era il simbolo del Black Power (“potere nero”), un movimento che rivendicava orgoglio, autonomia e diritti per la comunità afroamericana. Quel gesto fece il giro del mondo, ma costò ai due atleti l’espulsione dalle Olimpiadi.


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