Una stanza chiusa, poche candele, un tavolo e alcuni uomini che fanno domande. Davanti a loro c’è una persona accusata di avere idee religiose proibite. Le chiedono di confessare. Se continua a negare, possono ricorrere a uno degli strumenti più terribili della giustizia dell’epoca: la tortura, cioè l’uso della sofferenza fisica per ottenere informazioni o una confessione. Nel Cinquecento divenne anche uno degli strumenti impiegati dalla Chies di Roma in alcuni processi contro chi era accusato di eresia, soprattutto contro i protestanti. La divisione religiosa dell’Europa non produsse soltanto nuove Chiese: aprì anche un’epoca di paura.

Come reagì la Chiesa di Roma alla grande spaccatura iniziata con Lutero? In due modi. Da una parte cercò di riformare sé stessa dall’altra cercò di impedire la diffusione delle idee protestanti, con modi per controllare il comportamento e le idee della gente. Queste trasformazioni vengono indicate con le espressioni Riforma cattolica e Controriforma.

Il modo per riformare la Chiesa di Roma fu l’organizzazione del Concilio di Trento, aperto nel 1545. Un concilio è una grande assemblea di vescovi convocata per discutere importanti questioni riguardanti la Chiesa. All’inizio alcuni speravano ancora che l’incontro potesse aiutare a mettere fine alla divisione tra cattolici e protestanti. Ben presto, però, divenne chiaro che il Concilio non avrebbe fatto altro stabilire con maggiore precisione che cosa insegnava la Chiesa cattolica e a stabilire le differenze con la Chiesa protestante.

La prima grande questione riguardava la salvezza, cioè il destino dell’essere umano dopo la morte. Lutero aveva insistito sulla “giustificazione per fede”: l’uomo non può conquistare la salvezza con le proprie azioni, ma viene salvato da Dio attraverso la fede. Il Concilio di Trento respinse la dottrina della sola fede e affermò che la salvezza dipende anche dalle azioni dei fedeli. Le opere buone, quindi, conservavano un ruolo importante nella vita del cristiano.

Riguardo agli insegnamenti della Chiesa, si stabilì l’importanza non solo della Sacra Scrittura, cioè la Bibbia, ma anche attraverso la Tradizione, cioè l’insieme degli insegnamenti trasmessi dalla Chiesa di Roma nel corso dei secoli. La loro interpretazione non era affidata liberamente al singolo fedele, ma agli uomini di Chiesa. Il Concilio confermò inoltre i sette sacramenti: battesimo, confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi, ordine sacerdotale e matrimonio.

Ma riformare la Chiesa significava anche intervenire sui comportamenti di sacerdoti e vescovi. Uno dei problemi più gravi era l’assenteismo: alcuni vescovi e parroci ricevevano i guadagni legati alla propria carica, ma vivevano lontano dalle comunità che avrebbero dovuto guidare. Il Concilio rafforzò quindi l’obbligo di residenza, chiedendo ai vescovi di vivere nelle proprie diocesi (i territori affidati alla loro autorità religiosa).

Anche la preparazione dei sacerdoti doveva migliorare. Per questo nacquero i seminari, scuole dedicate alla formazione dei sacerdoti, che dovevano vivere una vita da esempio per i propri fedeli. Fu proibito ancora una volta il concubinato, cioè la convivenza stabile che alcuni sacerdoti avevano con donne non sposate. I sacerdoti dovevano inoltre occuparsi maggiormente dell’educazione religiosa dei fedeli. Dopo il Concilio venne così pubblicato un catechismo, cioè un testo che raccoglie gli insegnamenti fondamentali della fede cattolica e aiuta i sacerdoti a trasmetterli.

Quando il Concilio finì, nel 1563, la separazione tra cattolici e protestanti era ormai impossibile da risolvere.

Contemporaneamente, la Chiesa di Roma rafforzò i modi per combattere le eresie, cioè le idee religiose contrarie agli insegnamenti ufficiali della Chiesa. Uno di questi strumenti esisteva già dal Medioevo: l’Inquisizione. I primi tribunali dell’Inquisizione nacquero per combattere movimenti cristiani considerati eretici, come i Catari e i Valdesi. Nel Cinquecento, però, la diffusione delle idee protestanti spinse Roma a rafforzare l’Inquisizione.

Nel 1542, nacque così la Congregazione del Sant’Uffizio, chiamata anche Inquisizione romana. Era composta da cardinali e dipendeva direttamente dal papa. Uno dei suoi principali sostenitori fu il cardinale Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, convinto della necessità di combattere duramente la diffusione delle idee protestanti. Da Roma partivano indicazioni dirette ai tribunali sparsi per i territori cattolici, con l’obiettivo di trovare e combattere le idee considerate contrarie alla fede cattolica.

Ed è qui che ritorna la nostra parola chiave: tortura. Nei processi dell’Inquisizione, la tortura poteva essere utilizzata per cercare di ottenere una confessione. Per chi subiva un processo, quindi, l’accusa di eresia poteva significare interrogatori, carcere e, in alcuni casi, violenza fisica. L’obiettivo era convincere l’accusato a confessare ed abiurare, cioè a condannare pubblicamente le proprie idee considerate eretiche.

Il controllo riguardava anche i libri che potevano diffondere le idee eretiche. Nel Cinquecento venne istituito l’Indice dei libri proibiti, un elenco di opere che i cattolici non potevano leggere perché considerate eretiche, pericolose o comunque contrarie agli insegnamenti della Chiesa di Roma.


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