25.5 Parola chiave: Piave

“Il Piave mormorò: non passa lo straniero!” La Canzone del Piave fu composta per celebrare la resistenza dell’Italia durante la Prima guerra mondiale e racconta di un alleato molto particolare: il fiume Piave. Questa marcia patriottica rievoca uno dei momenti più difficili della guerra nel 1917. Ma cosa successe quell’anno?

A Pietrogrado, la capitale russa, a marzo scoppiò uno sciopero che in pochi giorni si trasformò in una protesta di massa contro lo zar. I soldati, invece di reprimere la rivolta, si unirono ai manifestanti. Risultato? Lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare e, poco dopo, venne arrestato con la sua famiglia. La Russia entrò in un vortice rivoluzionario che, nel giro di pochi mesi, avrebbe portato al crollo del fronte orientale.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti decisero di scendere in campo. La Germania con la sua la guerra sottomarina colpiva anche navi statunitensi. Questo fu il motivo che spinse il presidente Woodrow Wilson a dichiarare guerra alla Germania il 6 aprile 1917. L’intervento statunitense avrebbe ribaltato le sorti del conflitto.

Nel 1917, la guerra pesava come un macigno sulle spalle dei soldati e delle popolazioni. In Francia e in Italia, sempre più soldati rifiutavano di combattere. Sul fronte francese, 40.000 uomini si ammutinarono dopo una sanguinosa e inutile offensiva. La reazione? Repressione dura, ma anche concessioni per migliorare le condizioni dei soldati. Nel frattempo, gli Imperi centrali non se la passavano meglio. L’Austria-Ungheria stava scricchiolando sotto il peso delle tensioni interne: cechi, polacchi, serbi e croati volevano l’indipendenza. Il nuovo imperatore Carlo I, succeduto a Francesco Giuseppe, provò a negoziare una pace separata, ma senza successo. Persino il papa Benedetto XV tentò di fermare quella che definì una “inutile strage”, proponendo una pace senza annessioni. Ma nessuno era disposto a rinunciare alla vittoria, e la guerra continuò.

Per l’Italia, il 1917 fu un anno da dimenticare. Dopo una serie di offensive sull’Isonzo, finite con molti morti e pochi risultati, il morale dell’esercito era a pezzi. A ottobre, gli austriaci e i tedeschi decisero di approfittarne e sferrarono un attacco devastante a Caporetto. La tattica? Infiltrazione rapida, avanzando in profondità nel territorio nemico. Il risultato? Un disastro per l’esercito italiano: 400.000 soldati si sbandarono, fuggendo verso il Veneto. Solo dopo due settimane l’Italia riuscì a fermare l’avanzata sulla linea del Piave.

La sconfitta di Caporetto, paradossalmente, ebbe un effetto positivo. La ritirata sul Piave aveva consentito un notevole accorciamento del fronte e quindi un minor logorio dei reparti

combattenti. L’Italia si ritrovò a combattere per difendere il proprio territorio, e questo risvegliò un senso di unità. Il nuovo comandante, Armando Diaz, trattò i soldati con più umanità, migliorando i rifornimenti e concedendo più licenze.

Intanto, la Germania tentò un’ultima offensiva sul fronte occidentale, arrivando a minacciare Parigi. Ma ormai l’Intesa, rafforzata dagli americani, era in vantaggio. L’Austria tentò un disperato attacco sul Piave, ma fu respinta. Gli alleati della Germania iniziarono a crollare: prima la Bulgaria, poi l’Impero ottomano. In Austria-Ungheria, le varie nazionalità proclamarono l’indipendenza. Quando, il 24 ottobre, gli italiani lanciarono un’offensiva sul Piave, l’Impero austroungarico era ormai in piena crisi. L’Italia sconfisse gli Austriaci nella battaglia di Vittorio Veneto e l’Impero austroungarico firmò l’armistizio.

In Germania, la situazione precipitò. A novembre, marinai e operai si sollevarono e proclamarono la Repubblica. Il Kaiser Guglielmo II abdicò e fuggì in Olanda. L’11 novembre 1918, la Germania firmò l’armistizio a Rethondes, ponendo fine alla guerra.


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