Oggi Aquisgrana è una città posta vicino al confine tra Germania, Belgio e Paesi Bassi. Intorno all’anno 800, però, era diventata uno dei luoghi più importanti dell’Europa occidentale.
Il regno dei Franchi non aveva una capitale fissa, a differenza dell’Impero bizantino o del regno longobardo. Il potere seguiva il re, e Carlo Magno si spostava continuamente da un luogo all’altro. In primavera convocava il grande raduno dell’esercito nei territori vicini alle zone dove si sarebbero svolte le campagne militari. In estate guidava le spedizioni. In autunno partecipava alle grandi cacce, importanti sia come dimostrazione di prestigio sia per procurare risorse. Solo con l’arrivo dell’inverno il ritmo rallentava e, dopo mesi di viaggi, il sovrano poteva fermarsi più a lungo.
Durante la stagione fredda Carlo Magno si stabiliva in una delle sue residenze di campagna, chiamate palazzi. Il nome non deve far pensare soltanto a una grande abitazione: questi complessi erano veri centri di governo, dove il re viveva, riceveva ambasciatori, amministrava la giustizia e prendeva decisioni politiche. Di solito Carlo trascorreva qui il periodo tra Natale e Pasqua, interrompendo la permanenza solo per brevi viaggi legati a questioni militari, religiose o politiche.
A partire dal 794, però, qualcosa cambiò. Carlo Magno cominciò a fermarsi sempre più spesso ad Aquisgrana, dove aveva fatto costruire il più importante dei suoi palazzi. La scelta non era casuale. La città era famosa fin dall’epoca romana per le sue acque termali, cioè sorgenti naturalmente calde usate per bagni e cure. Erano particolarmente adatte a un sovrano che stava invecchiando e soffriva di artrosi, una malattia che provoca dolore e rigidità alle articolazioni.
Ma la salute non fu l’unico motivo. Con il passare degli anni, Carlo aveva sempre meno voglia di affrontare continui spostamenti, anche se la politica e soprattutto la guerra lo costringevano ancora, di tanto in tanto, a partire. Dopo l’807, infatti, lasciò Aquisgrana sempre più raramente e solo in caso di vere necessità militari. Senza diventare una capitale ufficiale, Aquisgrana si trasformò così nel centro stabile del potere imperiale.
Questo potere, però, non era amministrato da grandi ministeri come quelli degli Stati moderni. Il principale strumento di governo erano i collaboratori personali del sovrano, uomini di fiducia che lo seguivano e lavoravano direttamente al suo servizio. Nella letteratura cavalleresca dei secoli successivi alcuni di questi uomini sarebbero stati ricordati come paladini, termine legato proprio al palazzo reale.
Tra i funzionari più importanti c’era il conte palatino, incaricato di occuparsi delle questioni giudiziarie che arrivavano alla corte. Esaminava i casi, risolveva quelli più semplici e preparava quelli più importanti da sottoporre direttamente al sovrano.
Accanto a lui lavoravano altri uomini con incarichi molto concreti. Il camerario custodiva il tesoro e si occupava delle finanze. Il siniscalco, che in origine dirigeva la mensa del re, finì per occuparsi più in generale dei rifornimenti necessari alla vita del palazzo. Il bottigliere controllava le cantine e la produzione del vino. Il connestabile, invece, era responsabile delle stalle e quindi dei cavalli, indispensabili non soltanto per gli spostamenti della corte, ma soprattutto per l’esercito.
Questi incarichi, però, non erano rigidi. I collaboratori del re potevano ricevere missioni molto diverse da quelle abituali e spesso venivano inviati a comandare spedizioni militari. Il confine tra funzionario e guerriero era quindi molto sottile: non era raro che uomini importanti della corte morissero direttamente in battaglia.
Nel palazzo vivevano e lavoravano anche i cappellani, cioè gli uomini di Chiesa che si occupavano della cappella del sovrano. Anche la parola cappella ha una storia particolare. Il termine indicava in origine l’oratorio del palazzo dove era custodita una reliquia considerata preziosissima: la cappa di san Martino di Tours, cioè il mantello che, secondo la tradizione, il santo aveva tagliato in due per offrirne una metà a un povero. San Martino era uno dei grandi protettori delle Gallie e la sua reliquia accompagnava simbolicamente il potere del re.
I cappellani celebravano ogni giorno la messa alla presenza di Carlo Magno e gli giuravano fedeltà. Per questo il sovrano li conosceva bene e sapeva di potersi fidare di loro. Quando doveva scegliere un nuovo vescovo, quindi, si rivolgeva spesso proprio a questi uomini. La cappella del palazzo diventò così l’ambiente da cui venivano scelti molti dei più importanti uomini di Chiesa dell’impero.
A capo dei cappellani stava l’arcicappellano, una delle figure religiose più potenti del regno. Non era soltanto il responsabile dei riti celebrati nella cappella, ma il principale consigliere del re per le questioni di Chiesa. Carlo si rivolgeva a lui per problemi legati alla disciplina degli ecclesiastici, ai rapporti con la Chiesa e soprattutto alla nomina dei vescovi.
Quando uno dei cappellani veniva proposto per diventare vescovo, era spesso proprio l’arcicappellano a sostenere o a far avanzare la sua candidatura. Il suo potere sulle carriere degli uomini di Chiesa era quindi enorme.
Alcuni ecclesiastici della cappella di Aquisgrana avevano infine un altro compito fondamentale: mettere per iscritto la volontà del sovrano. Redigevano i diplomi, cioè i documenti ufficiali emanati dal re, e forse si occupavano anche della corrispondenza e dei capitolari, le leggi del sovrano chiamate così perché erano suddivise in capitoli.
Aquisgrana era dunque molto più di una residenza comoda per un re anziano. Senza essere una capitale nel senso moderno del termine, intorno all’anno 800 Aquisgrana era diventata il cuore dell’impero di Carlo Magno.

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