Il sole sorge su una strada polverosa che porta verso il porto. Si sentono zoccoli di cavallo, ferri che tintinnano, voci di mercanti e di pellegrini. Un uomo avanza lentamente: porta una spada al fianco, uno scudo, e sulla veste ha cucita una croce di stoffa. Non è un cavaliere come gli altri. Sta partendo per un viaggio lunghissimo, pericoloso, e forse senza ritorno. Sta partendo per Gerusalemme. Quest’uomo è un crociato.

La parola crociato indica un cavaliere che “prende la croce”, cioè che parte per una spedizione militare considerata sacra dalla Chiesa. Non è quindi solo un guerriero, ma un guerriero che combatte per una missione religiosa. Il suo obiettivo principale è liberare il Santo Sepolcro, cioè il luogo dove, secondo la tradizione cristiana, fu deposto il corpo di Gesù dopo la sua morte. Questo luogo si trova a Gerusalemme, una città che per i cristiani ha un valore speciale. Per i cristiani, i luoghi legati alla vita di Gesù (nascita, predicazione, morte e resurrezione) rappresentavano l’incontro tra dimensione divina e dimensione umana. Per questo la regione in cui si trovano, la Palestina, venne chiamata Terra Santa.

Ma che significa “liberare il Santo Sepolcro”? Da chi e da cosa? Facciamo qualche passo indietro. Nel IV secolo, sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, visitò Gerusalemme e fece costruire chiese e luoghi di accoglienza per i pellegrini. Gerusalemme divenne quindi una meta di pellegrinaggio: i cristiani volevano vedere con i propri occhi i luoghi di cui avevano letto nella Bibbia. I pellegrini continuarono ad arrivare anche dopo la conquista della città da parte degli Arabi musulmani. Per molto tempo, infatti, i pellegrinaggi continuarono senza grandi problemi. Tuttavia, nel corso dell’XI secolo, la situazione cambiò.

La Palestina fu coinvolta in continui cambi di potere tra diversi califfati (cioè grandi Stati musulmani guidati da un califfo, capo politico e religioso per i musulmani). In questo periodo entrarono in scena i Turchi selgiuchidi, guerrieri musulmani provenienti dall’Asia centrale, che divennero sempre più potenti. In Europa iniziarono a circolare racconti di attacchi e violenze contro i pellegrini cristiani: alcune di queste storie erano vere, altre erano esagerate, ma in ogni caso contribuirono a diffondere paura e preoccupazione. I pellegrinaggi non si fermarono, ma sempre più spesso i pellegrini iniziarono a viaggiare accompagnati da uomini armati. Era il segno che qualcosa stava cambiando.

Nel 1071 accadde un evento importantissimo: i Turchi selgiuchidi sconfissero l’esercito dell’Impero romano d’Oriente nella battaglia di Manzikert e occuparono gran parte dell’Anatolia, cioè l’attuale Turchia. Questo fu un colpo durissimo per l’impero bizantino, che da quel momento si trovò in grave pericolo.

Per questo motivo, nel 1095, l’imperatore bizantino Alessio I Comneno chiese aiuto all’Occidente. La richiesta arrivò a papa Urbano II durante il concilio di Piacenza (un concilio è una riunione dei principali uomini della Chiesa). L’imperatore chiedeva soprattutto soldati, cavalieri occidentali che potessero aiutarlo a fermare l’avanzata dei Turchi. Ma da questa richiesta nacque qualcosa di molto più grande.

Papa Urbano II non pensò soltanto ad aiutare l’impero bizantino. Pensò a qualcosa di più ambizioso: una grande spedizione per liberare Gerusalemme e il Santo Sepolcro dai musulmani. In quel periodo, in Europa, esisteva già un’idea simile: in Spagna, infatti, i regni cristiani stavano combattendo contro i musulmani per conquistare i territori che un tempo erano dei Visigoti e furono occupati dagli Arabi dal 711.

Il 27 novembre 1095, durante il concilio di Clermont, in Francia, papa Urbano II pronunciò un discorso che cambiò la storia. Davanti a una folla di vescovi, nobili e cavalieri, il papa invitò i cavalieri cristiani a smettere di combattere tra loro e a combattere invece contro quelli che venivano chiamati “infedeli”, cioè i musulmani. L’obiettivo era liberare Gerusalemme e aiutare i cristiani d’Oriente.

Non sappiamo con precisione quali parole usò il papa, perché i testi che raccontano il suo discorso furono scritti dopo la morte di Urbano II. Roberto il Monaco, uno dei cronisti che ha riportato il discorso, racconta che il papa descrisse con toni drammatici le violenze compiute dai “Persiani” – così venivano chiamati genericamente i Turchi dagli Occidentali– contro i cristiani. Le chiese cristiane venivano distrutte o trasformate in moschee dai Turchi, le persone uccise o ridotte in schiavitù. Probabilmente erano racconti che esageravano le violenze dei Turchi per convincere più persone a partire. In realtà, infatti, in molti territori musulmani i cristiani potevano vivere e praticare la loro religione.

Ma il discorso del papa fu comunque molto efficace: Urbano II promise che chi fosse partito per questa spedizione avrebbe ricevuto il perdono dei peccati, a patto che partisse per vera fede e non per arricchirsi. Inoltre, la Chiesa avrebbe protetto le terre e i beni dei cavalieri partiti.

A questo punto accadde qualcosa di completamente nuovo: la guerra venne trasformata in una guerra sacra. I cavalieri non combattevano più solo per il loro signore o per conquistare terre, ma per salvare la Cristianità e per guadagnarsi il Paradiso. Nasceva così una nuova figura: il crociato, il guerriero-pellegrino che partiva per la Terra Santa.


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