Khanbaliq. Hai mai sentito questo nome? In italiano significa “la città del Khan”, ma tu la conosci sicuramente come Pechino, parola che vuol dire «capitale del nord». Questo nome, però, è relativamente recente, perché la città è molto più antica e nel corso dei secoli ha cambiato nome molte volte. Khanbaliq fu il nome che prese quando Qubilai Khan decise di costruire qui la sua nuova capitale. Ma chi era Qubilai Khan? E che cos’è un khan? Per capire la sua storia, dobbiamo fare qualche passo indietro.

Qubilai era un imperatore mongolo, leader di un popolo che in Europa si iniziò a conoscere nel Medioevo. In Occidente li chiamavano «tartari», confondendoli con popolazioni turche chiamate tatar. In pochi decenni, nel corso del XIII secolo, i mongoli costruirono quasi all’improvviso il più grande impero terrestre della storia.

Spiegare la loro ascesa non è facile. Gli storici hanno capito che nel XII secolo la società mongola cambiò profondamente. Era una società nomade, cioè senza città stabili, organizzata in clan. I mongoli erano pastori che vivevano allevando cavalli, cammelli e capre e si spostavano continuamente in cerca di pascoli. Più clan formavano tribù, e più tribù si univano in grandi confederazioni tribali, cioè alleanze militari tra popoli delle steppe. Da una di queste confederazioni emerse la figura di Temujin, l’uomo che il mondo avrebbe conosciuto come Gengis Khan.

Temujin era figlio di un khan, cioè di un capo tribale turco-mongolo. Poco alla volta riuscì a sottomettere o ad allearsi con le tribù vicine. Nel 1206 fu proclamato Gran Khan, cioè capo supremo di tutti i mongoli. In quel momento ricevette il nome di Gengis Khan, che probabilmente significa «sovrano universale».

La grande abilità di Gengis Khan fu soprattutto quella militare. I mongoli combattevano come arcieri a cavallo, velocissimi, capaci di colpire e ritirarsi in perfetto ordine. La loro forza non stava solo nella violenza, ma anche nella strategia e nella guerra psicologica: distruggevano intere città per diffondere il terrore e spingere i nemici ad arrendersi senza combattere.

Dopo aver unificato le tribù mongole, nel 1211 Gengis Khan iniziò la conquista della Cina settentrionale. Quando morì, nel 1227, il suo impero si estendeva dalla Siberia al Tibet, dal mar Caspio al mar del Giappone: un territorio immenso.

Alla sua morte, il potere passò ai figli e ai nipoti. Altri eserciti mongoli avanzarono verso ovest: nel 1240 cadde Kiev; nel 1241 i mongoli invasero Polonia, Boemia e Ungheria, sconfiggendo anche i cavalieri europei. Sembrava che nulla potesse fermarli.

Poi qualcosa cambiò. I mongoli interruppero l’avanzata in Europa e si concentrarono sulla Cina, che non era ancora completamente conquistata. Qubilai Khan, nel 1271, fondò ufficialmente la dinastia Yuan, diventando imperatore della Cina. Nel 1279, dopo la sconfitta definitiva della dinastia cinese Song, tutta la Cina era sotto il dominio mongolo.

I mongoli occupavano i posti più importanti dell’esercito e del governo, mentre l’amministrazione era spesso affidata a musulmani, persiani e arabi, considerati più fidati dei funzionari cinesi. Con un gesto altamente simbolico, Qubilai decise di spostare la capitale da Karakorum, in Mongolia, a Khanbaliq, cioè l’odierna Pechino. Era il segno che i mongoli, da conquistatori nomadi, stavano diventando imperatori della Cina.

Ed è proprio in questo immenso impero che, qualche anno dopo, arrivò un giovane mercante veneziano: Marco Polo. Marco Polo è probabilmente il viaggiatore più famoso del Medioevo. Percorse la Via della Seta, la grande rete di strade e piste carovaniere che collegava l’Europa alla Cina. Nel 1271 Marco partì insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo. Il viaggio fu lunghissimo e la destinazione finale era la Cina.

Marco entrò al servizio del Gran Khan e per molti anni viaggiò come ambasciatore e funzionario nelle varie regioni dell’impero. Gran parte della sua vita si svolse alla corte del Gran Khan, nel cuore dell’Asia. Marco trascorse in Asia più di venticinque anni: partì ragazzo e tornò uomo adulto. Tornato a Venezia, però, partecipò a una guerra contro Genova e fu fatto prigioniero. Finì così in una prigione genovese, dopo la battaglia di Curzola del 1298. E fu proprio in prigione che la sua storia diventò un libro.

Marco incontrò infatti un altro prigioniero, Rustichello da Pisa, uno scrittore di romanzi cavallereschi. Marco raccontava i suoi viaggi e Rustichello li scriveva. Nacque così un libro conosciuto col nome “Il Milione”. Il libro fu scritto in francese, che nel Medioevo era la lingua internazionale della cultura e dei romanzi.

Il libro racconta in realtà pochissimo il viaggio in sé e moltissimo i paesi visitati: città, popoli, animali, ricchezze, usanze. Alcune cose sono realistiche, altre sembrano appartenere al mondo delle leggende medievali, ma per Marco erano tutte parte della realtà che aveva visto o che gli avevano raccontato. Il suo racconto parla di palazzi immensi, città enormi, ricchezze straordinarie e di un impero organizzato in modo molto efficiente.

Marco Polo morì a Venezia l’8 gennaio 1324, a quasi settant’anni. Di lui ci restano pochi documenti e nemmeno la sua tomba è stata conservata. Ma è rimasto il suo viaggio, uno dei racconti più straordinari del Medioevo: il racconto di un uomo che attraversò tutta l’Asia e che, per la prima volta, descrisse l’Oriente agli europei. E per secoli, per l’Europa, l’Asia fu quella raccontata da Marco Polo.


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