Quando senti parlare di università, pensi subito a un edificio, aule, esami. Nel Medioevo, invece, la parola universitas indicava prima di tutto una comunità, cioè un’associazione di persone unite da uno stesso interesse: in questo caso, lo studio. Le università erano quindi gruppi di studenti e maestri che si organizzavano in modo autonomo per studiare e insegnare nelle città. Il luogo fisico dove si studiava e insegnava si chiamava studium.
Queste istituzioni sorsero nelle vivaci città dell’Europa occidentale, come Parigi, Bologna e Oxford, che diventarono i grandi centri del sapere medievale. Qui si studiava in modo molto diverso da oggi: il latino era l’unica lingua ammessa, e le lezioni erano spesso lunghe discussioni filosofiche. Gli studenti, inoltre, avevano un peso importante nella vita universitaria, molto più di quanto accada oggi.
Il percorso di studi era lungo e impegnativo. Si iniziava con le Arti, cioè un insieme di materie di base che comprendevano grammatica latina, aritmetica, geometria, musica e astronomia. Solo dopo si poteva accedere agli studi superiori: Diritto, Medicina o Teologia. Completare gli studi poteva richiedere anche vent’anni.
Tra tutte le materie, il diritto era quella fondamentale. A Bologna, in particolare, si sviluppò lo studio del diritto romano, cioè l’insieme delle leggi dell’antica Roma, riscoperto e studiato in modo sistematico dopo secoli. Per questo motivo, l’Università di Bologna, fondata secondo la tradizione nel 1088, è considerata la più antica d’Europa. Accanto al diritto civile si studiava anche il diritto canonico, cioè l’insieme delle leggi della Chiesa. Proprio a Bologna, il monaco Graziano raccolse queste norme nel Decretum, un’opera che divenne il principale punto di riferimento per gli studenti di diritto.
Le università non nacquero da un progetto preciso, ma in maniera spontanea. Con il tempo si diffusero in tutta Europa: ogni città voleva la propria università per formare giuristi, teologi e funzionari, figure indispensabili per amministrare la società.
Studenti e professori erano spesso uomini di Chiesa, quindi dipendevano dal vescovo locale. Tuttavia, ben presto intervenne il papato, cioè l’autorità del Papa. La Chiesa romana comprese che il sapere era uno strumento di potere e decise di proteggere le università, concedendo loro privilegi e sottraendole al controllo dei vescovi. In cambio, però, gli intellettuali universitari divennero strumenti del potere papale. Questo legame si rafforzò nel tempo: nel 1229, ad esempio, nacque l’Università di Tolosa con lo scopo preciso di combattere l’eresia (cioè le dottrine considerate false dalla Chiesa).
La vita universitaria era internazionale. Studenti e maestri viaggiavano continuamente da una città all’altra. A Parigi, per esempio, gli studenti erano divisi in quattro “nazioni”, cioè gruppi basati sulla provenienza geografica: francese, piccarda, normanna e inglese. Ogni nazione di studenti eleggeva un rappresentante, il procuratore, che faceva da tramite con il rettore, la massima autorità dell’università.
Il metodo di studio più diffuso era la scolastica, un sistema filosofico basato sulla lettura e sul commento dei testi sacri e sull’uso della discussione. Si trattava di un metodo rigoroso, fatto di domande, risposte e dibattiti. Tra i principali pensatori di questo periodo troviamo Tommaso d’Aquino, Alberto Magno e Ruggero Bacone.
Gli esami erano vere e proprie prove pubbliche. Lo studente doveva sostenere una disputa, cioè un dibattito in cui difendeva una tesi davanti a maestri e studenti. Se superava la prova, otteneva la licentia ubique docendi, un’espressione latina che significa “permesso di insegnare ovunque”, cioè in tutte le università dell’Europa cristiana.
Ma la vita universitaria non era fatta solo di studio. Esistevano anche momenti di svago e tradizioni particolari. Le nuove matricole, cioè gli studenti appena arrivati, venivano sottoposte a riti goliardici: cerimonie scherzose in cui gli studenti venivano presi in giro. Venivano accusati, per gioco, di essere ancora “bestie” e sottoposte a buffi riti di “purificazione”, tra rasature e finte confessioni.

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