Hai mai sentito dire che Carlo Magno ha “inventato la scuola”? Non è proprio così. Le scuole esistevano già da molto tempo. È vero, però, che Carlo Magno contribuì in modo importante a rafforzarle e a migliorarne l’organizzazione.
All’epoca, infatti, pochissime persone sapevano leggere e scrivere. Molti dei pochi uomini che sapevano leggere e scrivere appartenevano alla Chiesa. Probabilmente lo stesso Carlo Magno non ricevette una formazione scolastica completa come la intendiamo oggi, anche se imparò il latino, una lingua tutt’altro che semplice.
Perché, allora, dava tanta importanza all’istruzione? La risposta è soprattutto religiosa. In una circolare inviata ai vescovi e agli abati del regno, Carlo si lamentava del fatto che molti monaci conoscessero male il latino. Il problema non era soltanto linguistico. Se un religioso non comprendeva bene la lingua dei testi sacri, come poteva interpretare correttamente la Bibbia, piena di simboli, immagini e significati complessi? Per Carlo Magno, una preparazione insufficiente poteva portare a errori nella comprensione e nella trasmissione del messaggio cristiano.
Per questo, nel 789, ordinò che i sacerdoti si occupassero dell’istruzione dei ragazzi, sia liberi sia servi. Nelle scuole si studiavano i Salmi, la grammatica, la musica e l’aritmetica: conoscenze considerate fondamentali per chi voleva proseguire negli studi.
Anche nelle campagne i sacerdoti erano incoraggiati a insegnare almeno a leggere. Nelle città, invece, le scuole legate alle chiese e ai monasteri potevano offrire una preparazione più avanzata.
Un caso particolare era la scuola del palazzo di Aquisgrana, destinata soprattutto ai figli dei funzionari e forse anche a quelli di alcuni domestici della corte. Il suo compito era formare persone capaci di servire il sovrano e amministrare l’impero. Le scuole ecclesiastiche, invece, dovevano preparare uomini di Chiesa più colti e competenti di quelli della generazione precedente, che Carlo giudicava spesso insufficientemente istruiti.
Intorno a sé, il sovrano riunì anche un piccolo gruppo di studiosi e intellettuali provenienti da diverse regioni d’Europa. Il più famoso fu Alcuino di York, uno dei principali protagonisti della cultura carolingia. Questo ambiente di studiosi viene spesso indicato con il nome di Accademia Palatina: una sorta di circolo intellettuale di corte in cui si discuteva, si studiava e si scrivevano opere di grammatica, retorica e logica.
Il grande rinnovamento culturale promosso in questo periodo è stato poi chiamato Rinascita carolingia. Una delle eredità più importanti di questo periodo riguarda il modo di scrivere. Gli amanuensi, cioè le persone incaricate di copiare i libri a mano, cominciarono a usare una grafia più semplice, regolare e leggibile. Questo stile è oggi chiamato minuscola carolina. Rispetto a molte scritture precedenti, spesso più difficili da capire, i suoi caratteri erano ordinati e chiari, quindi molto più facili da leggere e da ricopiare.
La minuscola carolina ebbe una lunga storia. Secoli dopo, i primi stampatori si ispirarono anche a queste forme per creare caratteri chiari e leggibili. Per questo, almeno indirettamente, una parte del modo in cui leggiamo ancora oggi nei libri, nei computer e nei telefoni ha le sue radici ai tempi di Carlo Magno. Inoltre, nei manoscritti dell’età carolingia compaiono e si diffondono nuovi segni, tra cui forme che anticipano il nostro punto interrogativo.

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