Cosa succede quando non c’è più speranza verso il sistema per avere un futuro migliore e si inizia a ricorrere alle armi? Benvenuti negli anni di piombo, il decennio più inquieto della Repubblica italiana.
Siamo alla fine degli anni Sessanta. Mentre i governi faticano a portare avanti riforme vere, nelle scuole e nelle piazze italiane cresce una generazione che non vuole più stare a guardare. Giovani studenti e lavoratori sognano un mondo nuovo, fatto di uguaglianza, libertà e partecipazione. Nascono così le prime forme di contestazione giovanile. All’inizio, la scuola e l’università sono il centro del fermento.
Poi, la protesta dilaga anche nelle fabbriche del Nord, dove migliaia di giovani emigrati dal Sud iniziano a lottare per diritti nuovi: uguali aumenti salariali, stesse regole per operai e impiegati, riduzione dell’orario di lavoro. È l’“autunno caldo” del 1969, una stagione di scioperi e conquiste che culmina con il nuovo contratto nazionale. Poco dopo, il Parlamento approva lo Statuto dei lavoratori, un passo decisivo verso una democrazia più concreta nei luoghi di lavoro.
Ma proprio mentre la democrazia si allarga, qualcuno trama per fermarla. Il 12 dicembre 1969 esplode una bomba alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano: 17 morti e 88 feriti. È solo l’inizio di quella che verrà chiamata strategia della tensione: una serie di attentati, organizzati da gruppi neofascisti e coperti da settori deviati dei servizi segreti, con lo scopo di seminare paura e impedire aperture democratiche verso sinistra, in particolare verso il Partito Comunista.
Mentre la Democrazia Cristiana cerca un dialogo con il PCI, le bombe diventano messaggi minacciosi: treni, piazze, sedi istituzionali sono bersagli di sangue. Nel 1973 si tenta di colpire il ministro dell’Interno; nel 1974 è la volta di Brescia (piazza della Loggia) e del treno Italicus. Il golpe fallito del principe Borghese, nel dicembre ’70, mostra quanto fossero reali i rischi per la democrazia.
E poi arriva il Cile. L’11 settembre 1973 un colpo di Stato rovescia Salvador Allende. L’eco del colpo cileno arriva anche in Italia, dove Enrico Berlinguer propone il compromesso storico: un’alleanza fra tutte le forze democratiche per salvare la Repubblica. Ma il progetto non porta a nulla.
Nel frattempo, le piazze ribollivano. I conflitti sociali e politici sembravano esplodere ogni giorno in una città diversa. Intanto, le Brigate Rosse e altri gruppi armati di estrema sinistra colpivano di continuo: dirigenti d’azienda, capireparto, poliziotti, magistrati, professori, avvocati, giornalisti. Nessuno era al sicuro. Tra i bersagli preferiti c’erano soprattutto i politici della Democrazia Cristiana, simboli di quel potere che i terroristi volevano abbattere.
Eppure, in quegli stessi mesi così cupi, si apriva una finestra di possibilità. Alla fine del ’77, anche i vertici più conservatori della DC iniziarono a considerare inevitabile il coinvolgimento del PCI nel governo. Per Aldo Moro, architetto silenzioso di quel passaggio, si trattava di una sfida decisiva: dare all’Italia una democrazia matura, finalmente capace di una vera alternanza tra due grandi forze politiche.
All’inizio del 1978, in un incontro riservato, Moro confidò a Berlinguer – segretario del PCI – che il Partito Comunista sarebbe stato incluso nella nuova maggioranza parlamentare.
Il 16 marzo 1978, poco prima che inizi alla Camera il dibattito sulla fiducia al governo, Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse. La sua scorta viene sterminata. Dopo 55 giorni di prigionia, Moro verrà ucciso. Il suo sequestro segna la fine di una stagione politica, forse la più alta della Repubblica. Ancora oggi, molti interrogativi restano senza risposta: chi sapeva? Chi ha deciso di non intervenire? Cosa contenevano quei documenti “destinati al popolo” mai pubblicati?
Le Brigate Rosse, Prima Linea e altri gruppi armati continuarono a colpire con una violenza sempre più cieca: industriali, poliziotti, giudici, giornalisti, professori, politici. Il giudice Alessandrini, il sindacalista Guido Rossa, il magistrato Bachelet: nomi che diventano simboli di un’Italia colpita al cuore. L’obiettivo dichiarato è la rivoluzione comunista, ma nei fatti si uccidono proprio quelli che lottano per cambiare le cose dentro le regole democratiche.
Nel 1979 Berlinguer decide di prendere le distanze dal governo: è la fine della solidarietà nazionale. Lentamente, lo Stato reagisce. I gruppi armati si isolano. I loro capi, molti dei quali oggi si occupano di libri e conferenze, escono di scena, e con l’inizio degli anni ’80, il periodo degli anni di piombo finisce.

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