Immagina di trovarti in una città tranquilla, sotto un cielo limpido, quando all’improvviso il sole stesso sembra esplodere in terra.
Era il 6 agosto 1945, e Hiroshima stava per entrare nella storia in un modo che nessuno avrebbe mai voluto. Ma per capire come si arrivò a quel punto, dobbiamo fare un passo indietro.

Mentre i tedeschi venivano travolti da bombardamenti incessanti e un’inarrestabile avanzata da est e da ovest, gli Alleati si interrogavano su quale fronte fosse più urgente aprire: liberare l’Europa o concentrarsi sul Giappone? Roosevelt impose la priorità: prima la Germania. E così, il 6 giugno 1944, prese vita il più grande sbarco anfibio della storia: il D-Day, lo sbarco degli Alleati in Francia.

Le spiagge della Normandia, dai nomi in codice evocativi – Sword, Juno, Gold, Omaha e Utah – videro un’umanità gettata nella furia della guerra. Ad Omaha Beach, l’inferno prese forma: onde di soldati americani, storditi e malati per la traversata, falciati dal fuoco tedesco. Nonostante la carneficina, in sei mesi la Francia e il Belgio furono liberati.
Con l’inverno arrivò però l’ultima zampata disperata di Hitler: l’offensiva delle Ardenne. Gli Alleati, sorpresi e mal equipaggiati, vacillarono. Ma la loro superiorità nei mezzi corazzati e la straordinaria mobilitazione americana ribaltarono la situazione. La vittoria fu dura: 20.000 morti, centinaia di migliaia tra feriti e dispersi. E la Germania, ormai allo stremo, si trovò incapace di difendersi.

Il 30 aprile 1945, Hitler si suicidò. Una settimana dopo, il 8 maggio, l’Europa festeggiava la fine della guerra. Ma dall’altra parte del mondo, il Giappone non si arrendeva.

Era un Giappone devastato. Sessanta città, già prima delle bombe atomiche, erano state rase al suolo da bombardamenti incendiari. Circa 600.000 morti; 10 milioni di sfollati. Eppure, anziché piegare la popolazione, questi attacchi ne accrebbero la rabbia. Fu allora che l’umanità scoprì il vero volto della guerra moderna.
Alle 8:15 del 6 agosto 1945, su Hiroshima, il bombardiere Enola Gay sganciò “Little Boy”, un ordigno di uranio da 12,5 kiloton. In pochi istanti, 140.000 persone morirono o furono ferite gravemente. Il centro della città fu trasformato in un cratere di fuoco: una sfera incandescente che toccò i 300.000 gradi. E tre giorni dopo, mentre il governo giapponese cercava disperatamente una via di uscita, Nagasaki subì lo stesso destino, colpita da “Fat Man”, una bomba al plutonio.

Come se non bastasse, proprio il 9 agosto, l’Unione Sovietica attaccò il Giappone in Manciuria, come pattuito a Yalta. L’Armata Rossa, pur subendo pesanti perdite, accelerò il collasso nipponico. Il 15 agosto, l’imperatore Hirohito parlò per la prima volta alla radio, chiedendo al suo popolo di accettare la resa. E il 2 settembre 1945, a bordo della corazzata Missouri, il Giappone firmò la capitolazione.

Ma la bomba atomica, sebbene abbia contribuito a chiudere la guerra, aprì una ferita che ancora oggi sanguina. All’epoca, Truman e i suoi consiglieri non si posero grandi problemi etici: la bomba era pronta, sembrava il modo più rapido per evitare un’invasione terrestre. Le alternative, come una dimostrazione in campo aperto o la trattativa su una resa meno umiliante, non furono seriamente considerate. Eppure, da quel 6 agosto, il mondo scoprì che una sola esplosione poteva annientare una città. E, potenzialmente, cancellare la vita sulla Terra.


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