In qualsiasi film sulla Seconda guerra mondiale c’è una scena che ti resta addosso: le luci che si spengono, le sirene che strappano il silenzio, la corsa verso i rifugi, il rombo che scende dal cielo. In una sola parola: bombardamenti. L’idea è semplice e terribile insieme: piegare il nemico colpendo le sue città, dall’alto, per evitare un’altra guerra di trincea. Ma c’è un paradosso: nella Seconda guerra mondiale la maggior parte dei morti non fu causata dalle bombe aeree sulle città, e non si può dire che il “bombardamento strategico” abbia, da solo, vinto la guerra.
Tra i più influenti a immaginare l’uso dei bombardamenti per piegare il nemico c’è un generale italiano, Giulio Douhet. Già nel 1915 pensa a una grande forza aerea indipendente; e ricorda: l’Italia era stata la prima a usare aerei per colpire dal cielo, in Libia, nel 1911. L’idea seduce soprattutto i paesi che preferiscono spendere denaro in macchine invece che vite in trincea: Gran Bretagna e Stati Uniti. Nel 1935 vola il B-17 americano, mentre la Royal Air Force progetta i suoi quadrimotori: sembra l’inizio di una nuova era.
Poi, con la guerra vera, l’idea passa alla prova dei fatti. La Luftwaffe bombarda Varsavia, Rotterdam e le città britanniche. È il blitz: tra settembre 1940 e maggio 1941 muoiono quarantamila civili. Gli inglesi erano pronti al peggio, avevano persino predisposto piani per fosse comuni; e invece la tecnologia tedesca non basta per quella “distruzione decisiva” promessa dai teorici.
Nemmeno gli angloamericani, nel 1942–43, hanno ancora la chiave del cielo. Eppure, in Gran Bretagna molti credono che proprio lì, nei bombardamenti strategici, stia la via più rapida alla vittoria. All’inizio la RAF prova a colpire fabbriche e nodi industriali. Ma la notte, scelta per sfuggire alla caccia tedesca, non perdona: si vede poco, si sbaglia tanto.
All’inizio del 1942 il maresciallo dell’aria Arthur Harris prende il comando del Bomber Command e smette di fingere: l’obiettivo diventa la città intera. Ad aprile lancia il famoso “raid dei mille” su Colonia. Comincia la stagione del bombardamento di massa. Funziona? Dipende da che cosa chiami “funzionare”. Tra il 1942 e il 1945 quasi tutte le grandi città tedesche vengono devastate: 593.000 civili uccisi, 3,3 milioni di abitazioni distrutte. Ma il prezzo per la Gran Bretagna è altissimo: 46.000 aviatori perdono la vita, e un’enorme fetta di energie del paese finisce a nutrire la macchina dei bombardieri. Spesso si sgancia una miscela di ordigni: incendiarie leggere per accendere i tetti, altre più pesanti per bucare gli edifici, e bombe ad alto esplosivo da 1.800 chili per scoperchiare porte e finestre e creare crateri che ostacolino i soccorsi. In una notte secca e limpida, se le bombe cadono “strette” in un quartiere fitto, succede l’impensabile: la tempesta di fuoco. Ad Amburgo, nell’estate 1943, in un paio d’ore muoiono ventimila persone. Se la RAF potesse ripetere quell’effetto ogni volta, la guerra finirebbe in pochi mesi. Ma le circostanze perfette si ripresentano solo a Dresda nel 1945; di solito l’esito è molto meno “decisivo” di quanto promettano i manifesti.
Allora che cosa ci insegnano i bombardamenti? Che la guerra totale sposta il fronte dentro le città e mette i civili al centro dello scontro. E tu, oggi, a cosa ti fa pensare tutto questo? Quando senti una sirena in un film, o vedi una foto di una città al buio, ti chiedi anche tu dove finisca il fronte… e dove cominci casa tua?

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