Per Adolf Hitler, la politica interna doveva piegarsi a quella estera. Il vero scopo dello Stato era, a suo dire, conquistare nuove terre: «La politica è il compimento della lotta per l’esistenza di una nazione», scriveva. E aggiungeva: «Il pane necessario a un popolo dipende dallo spazio vitale a sua disposizione». Questo “spazio vitale” (in tedesco Lebensraum) non era solo un’idea geografica, ma una visione del mondo, basata sulla convinzione che i popoli fossero in lotta costante tra loro per il controllo della terra.

Restituire alla Germania uno “spazio vitale” più ampio divenne quindi l’obiettivo principale del suo programma politico. Già nel 1930 Hitler sosteneva: «Abbiamo più diritto di chiunque altro a un territorio più vasto, perché siamo densamente popolati». E, secondo lui, questo obiettivo non si poteva raggiungere che attraverso la guerra.

La direzione era chiara: verso Est. Già nel 1926, Hitler indicava come meta privilegiata la Russia e gli Stati sottomessi al suo controllo. In quelle vaste pianure, secondo lui, si sarebbe potuta realizzare la riunificazione del popolo tedesco, sparso in tutta Europa, fino al Volga. Non si trattava solo di lingua o cultura: era una visione etnica, razziale.

Nei primi anni di regime, forte del consenso popolare, Hitler si concentrò sul superamento del trattato di Versailles. Nel 1935 reintrodusse la leva obbligatoria e avviò il riarmo della Germania, creando un esercito ben più grande di quanto previsto: 36 divisioni, oltre 550.000 uomini.

Il 25 novembre 1936 strinse con il Giappone (e poco dopo con l’Italia) il Patto Anticomintern, che preoccupava le potenze occidentali. In parallelo, Mussolini, sempre più attratto da un’alleanza con Berlino dopo le sue avventure in Etiopia e in Spagna, accettò di firmare nel 1936 gli accordi che sancivano l’Asse Roma-Berlino. L’idea iniziale del duce era di guidare l’alleanza, considerando Hitler un allievo minore. Ma già tra il 1936 e il 1937 i rapporti si invertirono: la Germania era ormai la potenza dominante.

Nel 1939, con il Patto d’Acciaio, i ministri degli esteri Ciano e Ribbentrop legavano formalmente l’Italia fascista alla Germania nazista. Sebbene il patto fosse vago nei contenuti, conteneva impegni militari che, all’atto pratico, riducevano l’autonomia italiana.

Intanto, Hitler alternava minacce e dichiarazioni pacifiche, una strategia utile per confondere le diplomazie di Londra e Parigi. Era la politica dell’appeasement: accontentare il dittatore sperando che si fermasse lì. In realtà, il Führer stava solo guadagnando tempo.

Nel 1935 aveva riannesso la Saar tramite plebiscito. Nel 1936 aveva occupato la Renania, violando gli accordi di pace. Ora il suo sguardo si spostava sull’Austria, un Paese che da tempo considerava parte integrante della nazione tedesca.

L’Anschluss, l’annessione dell’Austria, avvenne nel marzo del 1938. Ufficialmente fu il governo austriaco a chiederla, e fu anche organizzato un plebiscito per sancirla. In realtà, fu un’operazione di forza. L’Austria fu ribattezzata Ostmark, “Marca orientale”, e divenne parte del Reich. Hitler riuscì così ad annettere milioni di tedeschi senza sparare un colpo.

Ma il passo successivo fu ancora più ambizioso: la Cecoslovacchia. Nella regione dei Sudeti, vivevano oltre 3 milioni di tedeschi. Hitler usò il pretesto della “difesa della minoranza tedesca” per mettere pressione sul governo di Praga. Francia e Gran Bretagna, pur di evitare una guerra, accettarono un compromesso durante la conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), a cui parteciparono anche Mussolini, Daladier e Chamberlain. Ma né la Cecoslovacchia né l’URSS furono coinvolte.

L’accordo di Monaco, salutato come una “pace duratura”, prevedeva un’evacuazione graduale e l’uso di plebisciti. Ma in realtà, Hitler invase subito i Sudeti (10 ottobre 1938), conquistando un’area economicamente e militarmente strategica. Nei mesi successivi smembrò il resto dello Stato: sostenne l’indipendenza della Slovacchia e il 15 marzo 1939 occupò militarmente la Boemia e Moravia, trasformandole nel “Protettorato di Boemia e Moravia”. Era la prima occupazione militare straniera del regime.

In pochi anni, senza combattere vere guerre, Hitler aveva annullato il trattato di Versailles e creato la Grande Germania, unendo sotto il Reich 6 milioni di austriaci e 3 milioni di tedeschi dei Sudeti.

Ora l’obiettivo era la Polonia. Il pretesto fu la questione della città di Danzica, formalmente separata dal Reich. Ma per evitare l’intervento sovietico, Hitler giocò una carta inaspettata: il patto di non aggressione con Stalin.

Il Patto Molotov-Ribbentrop, firmato il 23 agosto 1939, fu un vero colpo di scena. Oltre al patto ufficiale, fu sottoscritto un protocollo segreto: la Polonia sarebbe stata divisa tra Germania e URSS, che avrebbe avuto mano libera anche in Finlandia, nei Paesi baltici e in parte della Romania.

Il 1° settembre 1939, le truppe tedesche invasero la Polonia. Due giorni dopo, Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania. Era cominciata la Seconda guerra mondiale.


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