Nel 1922 l’Italia era un Paese in fermento. Il Partito Nazionale Fascista (PNF), con oltre duecentomila iscritti, una milizia armata e movimenti giovanili e femminili ben organizzati, godeva anche del sostegno di sindacati che raccoglievano circa mezzo milione di aderenti. Mentre il governo, guidato da Luigi Facta dal febbraio di quell’anno, tentava senza successo di arginare l’avanzata fascista, Mussolini e i suoi uomini prepararono la loro mossa decisiva.

Il 28 ottobre 1922, con la Marcia su Roma, il PNF orchestrò una prova di forza più politica che militare, un’azione di pressione sul governo e sul re per ottenere il potere senza doverlo conquistare con le armi. Mentre le squadre fasciste imperversavano nelle città del Centro-Nord, Mussolini trattava in gran segreto con i vertici politici ed economici del Paese. Alla fine, la strategia funzionò: il re Vittorio Emanuele III, invece di proclamare lo stato d’assedio per fermare i fascisti, scelse di non intervenire. Il 31 ottobre 1922, Mussolini ottenne l’incarico di formare un nuovo governo, che includeva non solo esponenti del PNF, ma anche liberali, popolari e nazionalisti.

Appena conquistato il potere, Mussolini si mosse rapidamente per rafforzarlo. Nel dicembre 1922 creò il Gran Consiglio del Fascismo, un organo che sembrava destinato a coordinare il partito ma che, di fatto, divenne un governo ombra, da cui uscirono le leggi che smantellarono la democrazia parlamentare. Poche settimane dopo, il 14 gennaio 1923, nacque la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che legalizzò le squadre fasciste e le mise direttamente al servizio del governo. Per garantirsi una solida maggioranza in Parlamento, Mussolini impose la legge Acerbo, approvata nel luglio 1923, che assegnava un premio di maggioranza alla lista vincente. Il risultato si vide subito: nelle elezioni del 6 aprile 1924, grazie a un clima di violenze e intimidazioni, il PNF ottenne una vittoria schiacciante.

Il regime, però, non era ancora del tutto consolidato. Il 10 giugno 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato in Parlamento i brogli elettorali e le violenze fasciste, venne rapito e assassinato. L’episodio scatenò un’ondata di indignazione e portò alla secessione dell’Aventino, con i deputati antifascisti che si ritirarono dai lavori parlamentari in segno di protesta. Sembrava che il governo Mussolini fosse destinato a cadere, ma il Duce riuscì a mantenere il controllo della situazione. Le opposizioni non seppero sfruttare la crisi e la monarchia, insieme agli industriali e agli ambienti conservatori, confermò il suo sostegno al fascismo. Il 3 gennaio 1925, con un celebre discorso alla Camera, Mussolini si assunse pubblicamente la responsabilità politica del delitto Matteotti e avviò la trasformazione dell’Italia in una dittatura.

La svolta autoritaria avvenne gradualmente, ma senza ostacoli. Tra il 1925 e il 1926, Mussolini ottenne pieni poteri, diventando responsabile solo di fronte al re. La libertà di associazione venne abolita, i partiti politici furono messi fuori legge, tranne ovviamente il PNF, e la Camera dichiarò decaduti i deputati antifascisti dell’Aventino, eliminando ogni forma di opposizione parlamentare. Ogni dissenso fu stroncato con la repressione: la polizia politica annientò le cellule antifasciste clandestine e la OVRA, la polizia segreta del regime, operò sia in Italia che all’estero per monitorare e perseguitare gli oppositori. Le leggi eccezionali introdussero nuovamente la pena di morte per i reati contro lo Stato, mentre il Tribunale Speciale, composto da ufficiali della Milizia e delle Forze Armate, fu incaricato di giudicare chiunque venisse accusato di cospirare contro il regime.

Nel 1928 il sistema parlamentare venne definitivamente svuotato. La riforma della rappresentanza politica affidò al Gran Consiglio del Fascismo la scelta dei candidati alla Camera, che gli elettori potevano solo approvare o respingere in blocco, senza possibilità di esprimere preferenze. A quel punto, l’Italia era diventata ufficialmente uno Stato a partito unico.

L’ultima consacrazione del regime arrivò nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi tra Mussolini e la Chiesa cattolica. Grazie a questo accordo, il fascismo ottenne il riconoscimento della propria autorità da parte del Vaticano e consolidò il proprio controllo sulla società italiana, mentre la Chiesa ottenne una serie di privilegi e un ruolo centrale nella vita pubblica del Paese.


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