Dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia si trovò in una situazione esplosiva. Da un lato, c’era il risentimento per la “vittoria mutilata”, ossia la delusione per le terre promesse dagli Alleati ma mai ottenute. Dall’altro, operai e contadini guardavano con entusiasmo alla Rivoluzione russa, sperando in un cambiamento radicale.

Questi fattori alimentarono un clima di tensione estrema, con episodi di violenza politica che sfociarono in una vera e propria guerra civile. Lo Stato liberale, che era riuscito a superare la prova della guerra, non resse però l’urto della nuova politica di massa e della grave crisi economica che caratterizzò il Biennio Rosso (1919-1920), segnato da scioperi e occupazioni delle fabbriche.

Il Parlamento, indebolito da governi fragili e instabili, perse la fiducia della borghesia e della classe media, spaventate dall’idea di una rivoluzione socialista. In questo scenario confuso, presero piede nuovi movimenti politici che esaltavano il nazionalismo, l’interventismo e l’esperienza di guerra. Tra questi c’erano il sindacalismo nazionale, il Partito Futurista, gli arditi e il fiumanesimo, movimento ispirato all’occupazione di Fiume guidata da Gabriele D’Annunzio. Fu proprio all’interno di questo ambiente che, il 23 marzo 1919, Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento.

Ma da dove viene la parola fascismo? Il termine deriva dal fascio littorio, un antico simbolo romano che rappresentava l’autorità e l’unità. Il fascismo delle origini, detto “diciannovista”, si presentava come un movimento rivoluzionario e anti-borghese, con posizioni anticlericali e repubblicane. Mussolini e i suoi seguaci attaccavano il Parlamento, esaltavano l’azione diretta e non disdegnavano la violenza politica, che usavano sia contro i socialisti sia per rivendicare i diritti dell’Italia a nuovi territori. Tuttavia, all’inizio, il movimento non ebbe grande successo: alle elezioni del novembre 1919, i fascisti ottennero una sconfitta schiacciante, con appena 800 iscritti in tutto il paese.

Dopo questo fallimento, il fascismo cambiò strategia. Al congresso di Milano del 1920, Mussolini abbandonò il programma radicale e spostò il movimento a destra, avvicinandosi alla borghesia e ai ceti medi spaventati dal socialismo. Questa svolta provocò una rottura con i futuristi, gli arditi e D’Annunzio, il quale fu costretto da Giolitti a ritirarsi da Fiume nel dicembre 1920, durante il cosiddetto “Natale di Sangue”.

Il vero decollo del fascismo arrivò tra 1920 e 1921, quando il movimento divenne il principale protagonista della reazione antisocialista. Le sue squadre d’azione, organizzate militarmente (lo squadrismo), iniziarono una violenta campagna contro le organizzazioni socialiste, soprattutto nelle campagne della Val Padana, dove i sindacati rossi esercitavano un forte controllo sulla vita economica. Le spedizioni punitive dei fascisti, spesso appoggiate dai grandi proprietari terrieri e dalle forze dell’ordine, distrussero sedi di partito, cooperative e sindacati. Questo gli permise di guadagnarsi il favore della borghesia produttiva e di accreditarsi come difensori della proprietà e della nazione.

Nel maggio 1921, Mussolini decise di presentarsi alle elezioni nei Blocchi Nazionali, una coalizione sostenuta da Giolitti per cercare di “normalizzare” il fascismo. Il risultato fu un successo: i fascisti ottennero 35 seggi in Parlamento. A questo punto, Mussolini si rese conto che il movimento doveva trasformarsi in un partito strutturato. Nel congresso di Roma del novembre 1921, nacque ufficialmente il Partito Nazionale Fascista (PNF), che incorporò lo squadrismo nella sua organizzazione e riconobbe Mussolini come “Duce”, il capo indiscusso del movimento.


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