Hai mai sentito l’aggettivo “sovietico”? Probabilmente sì, magari parlando dell’Unione Sovietica, il nome con cui veniva chiamata la Russia comunista. Ma le cose non sono così semplici. Prima di tutto, “sovietico” deriva dalla parola russa “soviet”, che significa “consiglio” o “assemblea”. E proprio questa parola ci aiuta a capire l’origine della prima rivoluzione comunista della storia.
Questa rivoluzione scoppiò nel pieno della Prima guerra mondiale e, attenzione, non fu una sola! Nel 1917, infatti, in Russia ci furono ben due rivoluzioni. La prima, nel marzo di quell’anno (febbraio secondo il calendario russo dell’epoca), fu una sorpresa per tutti: il popolo si ribellò, lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare e la Russia si trasformò in una repubblica. In Occidente, la notizia fu accolta con entusiasmo da quasi tutte le forze politiche, eccetto i più conservatori e nostalgici delle monarchie assolute. Sembrava l’inizio di una rivoluzione borghese, un po’ come quella francese del 1789, con la fine della monarchia e l’avvento di un regime più moderno e liberale.
Ma le cose andarono diversamente. Nonostante il crollo dello zarismo, il nuovo Governo Provvisorio, guidato dai liberali, non riuscì a imporsi davvero sul paese. Nelle città, e soprattutto nella capitale Pietrogrado (oggi San Pietroburgo), erano nati spontaneamente i soviet, consigli di operai, soldati e contadini che si organizzavano per discutere e prendere decisioni collettive.
In teoria, il Governo Provvisorio avrebbe dovuto governare la Russia fino all’elezione di un’Assemblea Costituente. In pratica, però, era debole e incapace di rispondere ai problemi urgenti del paese. I russi chiedevano tre cose fondamentali: pane, perché nelle città si soffriva la fame, pace, perché la guerra continuava a mietere vittime, terra, perché i contadini volevano la redistribuzione dei latifondi. Il Governo Provvisorio, però, non riuscì a risolvere nessuna di queste questioni. Anzi, nel giugno 1917 ordinò una nuova offensiva militare contro i tedeschi, ma i soldati—stremati dalla guerra—si rifiutarono di combattere e molti tornarono ai loro villaggi per prendersi la terra con la forza.
Fu in questo clima di caos che i bolscevichi, il partito comunista guidato da Lenin, crebbero rapidamente di popolarità. A differenza dei liberali, Lenin aveva una proposta chiara: “Tutto il potere ai soviet”. Questo slogan conquistò gli operai, i contadini e i soldati, tanto che il 7 novembre 1917 (25 ottobre secondo il calendario russo) i bolscevichi presero il potere con la famosa Presa del Palazzo d’Inverno, sede del governo. In realtà, più che una battaglia fu un’occupazione quasi senza resistenza: il Governo Provvisorio si dissolse da solo, perché ormai nessuno era disposto a difenderlo.
I bolscevichi, ora al comando, trasformarono i soviet in organi ufficiali di governo, anche se, nella pratica, il potere rimase concentrato nelle mani del Partito Comunista. Lenin sapeva che il successo della rivoluzione in Russia dipendeva da un evento ancora più grande: la rivoluzione socialista mondiale. Per questo diceva che il socialismo non avrebbe potuto vincere senza la distruzione della borghesia non solo in Russia, ma in tutta Europa.
Nel frattempo, il nuovo governo attuò subito cambiamenti radicali: nazionalizzò le banche e le industrie più importanti, proclamò il “controllo operaio” sulla direzione delle fabbriche, cioè legalizzò ciò che gli operai avevano già fatto spontaneamente, firmò la pace con la Germania, con il duro Trattato di Brest-Litovsk (1918), cedendo vaste aree dell’ex impero zarista, tra cui la Polonia, l’Ucraina e i Paesi Baltici.
Nonostante le difficoltà, il regime bolscevico sopravvisse. Dopo la fine della Prima guerra mondiale, le potenze occidentali—diffidenti verso il nuovo Stato comunista—rimasero ostili e non concessero alcun aiuto alla Russia sovietica. Ma Lenin e i suoi compagni avevano vinto la loro scommessa: il primo Stato socialista della storia era nato.

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