Secondo lo storico Eric Hobsbawm, il periodo compreso tra il 1875 e il 1914 è passato alla storia come l’Età dell’Impero. In questi decenni si affermò un nuovo tipo di imperialismo: i paesi “avanzati” dominavano quelli considerati “arretrati”, trasformando il mondo in un enorme scacchiere di potenze. Era l’epoca dell’impero coloniale, in cui le potenze capitaliste tradussero la loro supremazia economica e militare in conquiste dirette, annessioni e amministrazioni coloniali formali. Tra il 1880 e il 1914, gran parte del mondo al di fuori dell’Europa e delle Americhe venne spartita e sottoposta al controllo formale o alla dominazione politica di alcuni stati: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Stati Uniti e Giappone.
Molti dei grandi imperi tradizionali asiatici rimasero formalmente indipendenti, ma solo sulla carta: le potenze occidentali si ritagliarono “zone di influenza” o imposero amministrazioni dirette in alcune aree strategiche. L’indipendenza di questi stati era in realtà una convenienza politica per le grandi potenze, che li utilizzavano come stati cuscinetto. È il caso del Siam (l’attuale Thailandia), che separava i territori controllati dai britannici e dai francesi nel Sud-est asiatico, o dell’Afghanistan, che divideva l’impero britannico da quello russo. In altri casi, la loro vastità scoraggiava le invasioni. L’unico stato non europeo che riuscì a resistere a un tentativo di conquista coloniale fu l’Etiopia, che sconfisse l’Italia, considerata la più debole tra le potenze imperiali.
Due regioni del mondo furono quasi interamente spartite tra le potenze coloniali: l’Africa e il Pacifico. Nel Pacifico, tutti i territori vennero distribuiti tra Gran Bretagna, Francia, Germania, Paesi Bassi, Stati Uniti e, in misura minore, il Giappone. Nel 1914, in Africa rimasero solo tre territori indipendenti: l’Etiopia, la piccola Liberia nell’Africa occidentale e una parte del Marocco, che continuava a resistere alla conquista. Il resto del continente apparteneva agli imperi britannico, francese, tedesco, belga, portoghese e, in misura marginale, spagnolo.
L’Asia, invece, manteneva ancora ampie aree nominalmente indipendenti, anche se le grandi potenze europee avevano ampliato e rafforzato le loro posizioni. La Gran Bretagna annesse la Birmania al suo impero indiano e stabilì zone di influenza in Tibet, Persia e nella regione del Golfo Persico. La Russia avanzò in Asia Centrale e cercò, con meno successo, di espandersi verso la Siberia pacifica e la Manciuria. I Paesi Bassi rafforzarono il controllo delle isole periferiche dell’Indonesia.
Questa spartizione del mondo tra poche nazioni fu l’espressione più evidente della crescente divisione del pianeta tra forti e deboli, tra “avanzati” e “arretrati”. Ma quali furono le ragioni di questa corsa all’espansione? Lo sviluppo tecnologico dipendeva sempre di più da materie prime che, per motivi climatici o geologici, si trovavano solo in aree remote. Inoltre, l’aumento dei consumi di massa nei paesi occidentali creò un’enorme domanda di prodotti alimentari. La ricerca di nuovi mercati era un altro fattore decisivo: molti imprenditori immaginavano le “zone bianche” sulle mappe come piene di potenziali clienti. Anche se spesso queste speranze venivano disattese, era diffusa l’idea che la soluzione al problema della sovrapproduzione fosse una massiccia espansione delle esportazioni. La logica conseguenza fu la spartizione delle regioni ancora “libere” del Terzo Mondo, trasformate in prede ambite dalle potenze coloniali.

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