Se l’ascesa dei partiti della classe operaia fu uno dei risultati della democratizzazione, l’emergere del nazionalismo fu un altro fenomeno dirompente. Ma attenzione: il nazionalismo non era una novità assoluta (ricordi le rivoluzioni e l’epoca di Napoleone?). Tuttavia, tra il 1880 e il 1914, prese una piega del tutto nuova, trasformando i suoi contenuti ideologici e politici.
Ma cos’è il nazionalismo? In poche parole, è l’idea che un popolo debba sentirsi parte di una nazione e sia disposto a fare di tutto – anche lottare – per difenderla e affermarla. Ci furono, in quel periodo, quattro grandi cambiamenti nel nazionalismo:
- Nazionalismo di destra: Se all’inizio i movimenti nazionalisti erano spesso progressisti e liberali (come quelli del Risorgimento italiano), verso la fine dell’Ottocento questa ideologia fu presa in mano dalla destra. Questo passaggio spianò la strada a regimi autoritari e persino al fascismo.
- Tutti possono essere una “nazione”: Durante la prima fase del nazionalismo, si pensava che solo popoli con una certa storia culturale, politica ed economica potessero aspirare a uno stato sovrano. Ma dal 1880 in poi, ogni gruppo che si dichiarava “nazione” chiedeva l’indipendenza, anche se piccolo o senza una solida struttura. Ad esempio, Giuseppe Mazzini nel 1857 immaginava un’Europa formata da una dozzina di grandi nazioni, mentre alla fine della Prima guerra mondiale comparvero ben 26 nuovi stati, grazie al principio di autodeterminazione proclamato dal presidente americano Wilson.
- Solo stati sovrani: Se prima bastava un’autonomia politica interna per sentirsi soddisfatti, a partire dalla fine dell’Ottocento molte comunità non si accontentavano più: volevano un’indipendenza completa, con un proprio governo e confini ben definiti.
- Nazione = etnia e lingua: Il concetto di nazione cominciò a essere definito non solo in base alla storia o ai territori, ma soprattutto in base alla lingua e all’etnia. Questo rese il nazionalismo più esclusivo e, in alcuni casi, pericoloso, perché cominciava a escludere chi era diverso.
Il nazionalismo crebbe grazie alle necessità dell’epoca moderna: l’amministrazione pubblica e la nuova economia richiedevano che tutti sapessero leggere e scrivere. Le distanze tra le persone aumentavano a causa delle migrazioni e della crescita delle città, e non ci si poteva più basare solo sulla comunicazione orale.
A questo punto, la scuola divenne uno strumento potentissimo per insegnare alle nuove generazioni a sentirsi parte della loro nazione. Non esisteva ancora la televisione, quindi i banchi di scuola erano il primo grande mezzo di “propaganda laica”. Qui i bambini imparavano non solo a leggere e scrivere, ma anche a essere “buoni cittadini” e a conoscere i simboli della loro patria: la lingua, la bandiera e la storia.
Tra il 1880 e il 1914, ci fu un’ondata di xenofobia, cioè paura e diffidenza verso gli stranieri. La causa? Migrazioni di massa e crisi economiche, soprattutto nei periodi difficili come quello della Grande Depressione.
In questo contesto, il nazionalismo trovò terreno fertile nei ceti medi, come i commercianti, gli artigiani e alcuni contadini. Queste persone, spesso minacciate dal progresso dell’industria, vedevano nello “straniero” il simbolo di tutto ciò che stava cambiando e che metteva in crisi il loro mondo. È proprio in questo periodo che si diffuse il razzismo politico e, in particolare, l’antisemitismo. Ma attenzione: non si trattava di un problema reale legato alla presenza di molte persone ebree. Piuttosto, gli ebrei divennero un facile capro espiatorio, accusati di essere responsabili delle trasformazioni sociali ed economiche.

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