Immagina di entrare in un salotto di metà Ottocento. Un ambiente affollato, pieno di mobili imbottiti, tappeti spessi, soprammobili d’ogni tipo, tende, quadri, cuscini, carta da parati ovunque. Ogni oggetto ha una doppia funzione: decorare e dichiarare. “Guarda quanto posso permettermi”, sembra dire ogni lampada in ferro battuto, ogni specchio dorato, ogni divano damascato. Perché la casa di una famiglia rispettata di fine ‘800 non è solo un rifugio: è una vetrina del successo. E questo successo ha un nome: borghesia.
Ma chi sono davvero i borghesi? Per capirlo, facciamo un passo indietro. Prima dell’era industriale, il potere apparteneva alla nobiltà e alla Chiesa. I contadini lavoravano la terra, gli artigiani stavano nelle botteghe, i mercanti nei porti. Poi arrivano le fabbriche, e con loro, due nuove figure: l’imprenditore e l’operaio. Il primo investe denaro, produce, dirige. Il secondo vende il suo tempo e la sua fatica. Tra questi due poli, si sviluppa una classe sociale che prende in mano le redini del nuovo mondo: la borghesia.
Il borghese tipico è colui che possiede un capitale, cioè soldi, proprietà, mezzi di produzione, o che lavora in professioni di prestigio: medico, avvocato, notaio, banchiere, funzionario. Ma non è solo questione di lavoro: è questione di stile di vita, di riconoscimento sociale, di coscienza di sé. La borghesia è, più di ogni altra cosa, una classe che sa di esserlo.
Ma attenzione: non tutti i borghesi sono uguali. Esiste un’articolata stratificazione interna, con alta, media e piccola borghesia. I grandi industriali si sentono lontani dai piccoli commercianti. I professionisti si distinguono dagli impiegati. La linea che separa i borghesi dagli operai è netta, ma quella tra i borghesi stessi è fatta di snobismi sottili, sfumature, gelosie. Chi è “arrivato” guarda con sospetto chi potrebbe salire.
C’è una cosa, però, che li unisce: la meritocrazia. Per la borghesia, chi comanda è chi ha meritato di farlo. Se sei ricco, è perché sei stato bravo. Se sei povero, qualcosa avrai sbagliato. Questo pensiero, all’apparenza innocuo, diventa un’ideologia potente: il successo è merito, il fallimento è colpa individuale. Niente più nobiltà ereditaria, niente più castelli o titoli tramandati: il borghese vuole guadagnarsi il potere.
E così la borghesia si convince di rappresentare il progresso. È liberale, non sempre nel senso dei partiti, ma nello spirito: crede nella libertà economica, nell’impresa privata, nella concorrenza, nella scienza, nella tecnologia, nel sapere.
A casa, tutto questo si riflette nei ruoli familiari. Il padre è il capo assoluto, modello di autorità e controllo. La madre, l’“angelo del focolare”, è tenera, elegante, colta quanto basta, ma soprattutto non lavora. Il suo compito è educare, accudire e, molto spesso, comandare la servitù. Perché anche questo è segno distintivo della borghesia: avere chi lavora per te. La domestica, quasi sempre una donna, quasi sempre giovane e non borghese, è la vera frontiera che separa la “gente rispettabile” da quella che non lo è. Una “signora”, per esser tale, non deve lavorare con le mani: deve dare ordini. Anche per questo, nelle case borghesi, la servitù non è solo utile, ma necessaria a ribadire il proprio rango.
Nel frattempo, la borghesia dirige la politica. Non c’è alternativa al capitalismo, dice. E così fa approvare leggi, fonda partiti, imposta l’economia, finanzia giornali. Il suo modello diventa l’orizzonte culturale dominante. Anche chi borghese non è, spesso desidera diventarlo. E tu, ci avevi mai pensato? Quanti aspetti della nostra vita — la scuola, il lavoro, il concetto di successo — risentono ancora oggi di quel modello? Quanto è rimasto vivo, dentro di noi, lo sguardo borghese sul mondo?

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