Le industrie esistevano già da circa un secolo rispetto al periodo trattato nel capitolo precedente, ma la vera età industriale si colloca nella seconda metà dell’Ottocento. Perché proprio allora? Certo, nel Settecento avvenne quella che gli storici chiamano “Rivoluzione industriale”, ma fu un fenomeno limitato all’Inghilterra. Solo nel corso dell’Ottocento le fabbriche iniziarono a diffondersi anche in altri Paesi del mondo occidentale, trasformando in modo profondo il sistema economico e sociale.

La grande protagonista di questa trasformazione fu la scienza applicata alla tecnica, che non solo migliorò le macchine, ma rivoluzionò il modo di pensare e organizzare la società. Nel Mondo industriale, la fiducia nella scienza era totale. Si credeva che, grazie al metodo sperimentale, ogni problema potesse essere risolto. Non a caso, in questo periodo il filosofo Auguste Comte elaborò il positivismo, una corrente di pensiero che sosteneva che l’unica vera conoscenza fosse quella scientifica, basata su dati certi e osservabili. Ogni fenomeno doveva essere misurato e provato. La religione e la metafisica vennero relegate a fasi superate del pensiero umano, mentre la scienza si presentava come il nuovo faro della verità.

Questa mentalità, dominante nelle università e nelle accademie, si rifletteva anche nell’industria. I laboratori scientifici divennero luoghi di innovazione continua, dove si sperimentavano nuove tecniche di produzione e si studiavano nuovi materiali, come l’acciaio e i coloranti chimici, destinati a cambiare per sempre il volto delle città e dell’economia.

Tra i protagonisti di questa fase, emerge la figura di Louis Pasteur, che insieme a Charles Darwin, fu probabilmente lo scienziato più conosciuto dal grande pubblico a metà del XIX secolo. Pasteur si avvicinò alla batteriologia attraverso la chimica industriale. Gli strumenti e le tecniche della batteriologia, come il microscopio, la preparazione di colture e la realizzazione di vetrini, resero questa nuova disciplina accessibile, comprensibile e attraente. Ma la batteriologia non fu solo una rivoluzione teorica: ebbe un impatto pratico immediato. La sua applicazione più famosa fu l’eliminazione delle malattie negli animali e negli esseri umani. In questo contesto spiccano la tecnica dell’antisepsi (sviluppata da Joseph Lister nel 1865), la “pastorizzazione” (che porta il nome di Pasteur) e l’inoculazione (l’antenata della vaccinazione). La pastorizzazione fu una delle scoperte più importanti di Pasteur. Questo trattamento termico uccideva i microrganismi nocivi presenti negli alimenti, rendendo più sicuri prodotti come il latte e il vino. Fino ad allora, bere latte significava correre il rischio di malattie, ma con la pastorizzazione, il cibo divenne più sicuro e la salute pubblica migliorò notevolmente. La scienza entrò per la prima volta nelle case di tutti, non solo nei laboratori o nelle accademie.

Il progresso più significativo in biologia, tuttavia, fu la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Charles Darwin (1809-1882). Sebbene l’idea di evoluzione fosse già nota, Darwin riuscì a fornire un modello chiaro e soddisfacente per l’origine delle specie. Lo fece utilizzando concetti accessibili anche ai non scienziati, poiché richiamava la competizione tipica dell’economia liberale, con la sua famosa idea di “lotta per la sopravvivenza”. La teoria darwiniana non si limitò a includere gli animali nel processo evolutivo, ma portò anche l’essere umano all’interno dello stesso schema biologico, eliminando la netta distinzione tra scienze naturali e scienze umane e sociali. Da quel momento in poi, l’intero cosmo (o almeno l’intero sistema solare) venne concepito come parte di un processo di cambiamento storico costante. La selezione naturale dimostrò che il principio di competizione poteva spiegare la grande varietà delle specie viventi, inclusa quella umana. Questo successo portò alcuni pensatori a sottovalutare o negare i processi nuovi e diversi che governano il cambiamento storico. Da qui nacque la tendenza a ridurre i cambiamenti delle società umane a semplici regole dell’evoluzione biologica, con conseguenze politiche rilevanti. Da questa visione si sviluppò il darwinismo sociale, un’ideologia che giustificava le disuguaglianze sociali con la teoria della “sopravvivenza del più forte”, applicata non solo alla natura, ma anche alla società umana.


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