Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, fu marinaio, rivoluzionario e condottiero, Ma cosa lo rese così leggendario? Il suo spirito indomito e la capacità di ispirare le masse con una visione chiara: un’Italia libera e unita sotto una bandiera comune.

Nel 1860, la Sicilia era in fermento: piccole rivolte contro il regime borbonico accesero la scintilla di un’insurrezione. Garibaldi colse il momento e organizzò la celebre Spedizione dei Mille. Il 5 maggio 1860, con l’aiuto di Nino Bixio, Garibaldi e i suoi uomini presero il controllo di due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, di proprietà della compagnia Rubattino. Il loro porto di partenza? Quarto, vicino Genova. Salpati da Quarto, sbarcarono a Marsala l’11 maggio, dove iniziò la loro grande impresa.

La prima grande battaglia avvenne a Calatafimi, il 15 maggio. Nonostante l’inferiorità numerica e la posizione sfavorevole, i Mille sconfissero le truppe borboniche. Questo successo aprì loro la strada verso Palermo, la capitale dell’isola.

Il 27 maggio iniziò l’assalto a Palermo, un’operazione in cui la popolazione locale ebbe un ruolo cruciale. La città fu presa il 6 giugno, segnando una svolta decisiva nella campagna. Da quel momento, i Mille iniziarono a ricevere rinforzi: migliaia di volontari dal centro-nord Italia portarono nuove armi e rifornimenti. Garibaldi, intanto, proclamò la leva di massa in Sicilia, ma i risultati furono limitati, poiché molti contadini si sottrassero al reclutamento.

Dopo nuove vittorie, come quella a Milazzo il 20 luglio, e l’entrata a Messina il 27 luglio, Garibaldi attraversò lo stretto di Messina il 18 agosto. In Calabria e Campania, il suo esercito avanzò rapidamente, incontrando poca resistenza da parte di un esercito borbonico ormai in rotta. Il 7 settembre, Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli, accolto come un liberatore.

L’arrivo di Garibaldi non significò solo vittorie militari, ma anche aspettative popolari. I contadini siciliani vedevano in lui il portatore di una rivoluzione sociale: sognavano terre redistribuite e un sistema più giusto. Ma quando a Bronte, vicino Catania, scoppiò una rivolta violenta contro i proprietari terrieri, Garibaldi inviò Nino Bixio per ristabilire l’ordine. La repressione fu durissima, con esecuzioni sommarie che segnarono un lato oscuro della spedizione.

Cavour, timoroso dell’idea di un Garibaldi troppo indipendente, spingeva per un’annessione immediata delle terre liberate. Così, già dal 29 agosto 1860, Cavour decise di intervenire. Con il pretesto di riportare l’ordine nelle Marche e in Umbria, organizzò una spedizione militare per avanzare verso Napoli e mettere fine all’autonomia di Garibaldi. Dopo una vittoria facile sull’esercito pontificio a Castelfidardo, il 18 settembre, il cammino verso sud era spianato.

Il 26 ottobre 1860 avvenne lo storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Fu un momento simbolico: il generale consegnò al re il Regno delle Due Sicilie, segnando la fine della sua impresa e il compimento dell’unificazione sotto la monarchia sabauda. Tuttavia, le richieste di Garibaldi – essere nominato luogotenente del nuovo regno e mantenere il suo esercito – vennero ignorate. Deluso, si ritirò nella sua isola di Caprera il 9 novembre, lasciando la scena politica.

Con i plebisciti nelle Marche e in Umbria, il processo di unificazione era completo. Il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia, e il primo Parlamento del nuovo regno si riunì a Torino. Il nuovo Stato ereditava dallo Statuto Albertino del Regno di Sardegna il suo carattere monarchico e centralizzato.


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