Se ti dico Indipendenza, a cosa pensi? Bandiere al vento e barricate in mezzo alla strada, odore di polvere da sparo e rumori assordanti, oltre ai giornali clandestini che aggiornano su ciò che sta succedendo. Così era probabilmente l’Italia del 1848.
Ma cosa significa Indipendenza? È la condizione per cui un popolo si governa da sé, senza un padrone esterno. Nel linguaggio del Risorgimento significa soprattutto liberarsi dal controllo dell’Austria asburgica e costruire uno Stato capace di darsi una Costituzione e di far valere i diritti dei cittadini.
Il 12 gennaio 1848 l’Italia accende la miccia a Palermo, proprio il giorno del compleanno di Ferdinando II di Borbone. La rivolta prima è limitata alla città, poi alla Sicilia e poi arriva a Napoli. Il 29 gennaio, Ferdinando concede una costituzione: in poche settimane il movimento dilaga. L’8 febbraio Carlo Alberto in Piemonte firma lo Statuto; in Toscana Leopoldo II promette una rappresentanza nazionale; Pio IX lancia un proclama che rappresenta un passo in avanti verso la libertà.
Queste costituzioni guardano ai modelli francese del 1830 e belga del 1831. Dentro c’è aria nuova: libertà di stampa, di associazione, diritti civili che per la prima volta, in Piemonte, includono anche ebrei e protestanti. Ma attenzione: sul palcoscenico restano i sovrani, con un esecutivo forte e un Parlamento a due camere dove l’alta è nominata dal re.
Fuori d’Italia le rivolte si diffondono. A Parigi cade Luigi Filippo e nasce la repubblica; a Vienna una folla costringe Metternich alle dimissioni e strappa una costituzione. È il segnale che molti aspettavano. A Milano, il 18 marzo, partono le Cinque Giornate: dopo cinque giorni, gli austriaci sono cacciati e nasce un governo provvisorio. A Venezia, il 22 marzo, Daniele Manin e Niccolò Tommaseo guidano la proclamazione della Repubblica di San Marco.
Il 23 marzo Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria. È la Prima Guerra d’Indipendenza: Savoia contro Asburgo, per trasformare le rivolte in confini nuovi. I piemontesi entrano a Milano tra volontari arrivati da mezza penisola; a Goito e Pastrengo arrivano le prime vittorie. Ma l’esercito piemontese esita, l’Austria si ricompatta, e il 22 luglio a Custoza i piemontesi sono sconfitti. Dopo il tentativo di difendere Milano, Carlo Alberto è costretto all’armistizio di Salasco (9 agosto): la guerra si ferma.
Intanto, a Roma, il 15 novembre 1848 l’assassinio del primo ministro Pellegrino Rossi incendia la città. Pio IX fugge a Gaeta; a febbraio 1849 nasce la Repubblica Romana, con Mazzini tra i protagonisti. Roma resiste con dignità e barricate, ma arrivano le truppe francesi mandate dal presidente Luigi Napoleone Bonaparte: il 3 luglio 1849 la città cade e l’esperimento finisce. In Toscana le proteste rovesciano i moderati, ma gli austriaci occupano e rimettono sul trono Leopoldo II. A Venezia la resistenza continua fino all’agosto 1849: fame, bombardamenti, colera; poi la capitolazione, e il silenzio salato della laguna.
Carlo Alberto, deciso a riaprire il copione, riprende la guerra contro gli Austriaci nel marzo 1849. Ma a Novara, il 23 marzo, arriva la sconfitta che non lascia repliche. Il re si fa da parte e cede la corona a Vittorio Emanuele II. La prima Guerra d’Indipendenza finisce con una sconfitta, ma le idee non tramontano: lo statuto dato da Carlo Alberto rimane e attirerà tanti nuovi volontari negli anni successivi, pronti a prendere le armi contro l’Austria.

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