Ti sei mai chiesto perché, ancora oggi, in politica si parla di “destra” e “sinistra”? Come mai in un Parlamento ci sono schieramenti opposti, come tifoserie in uno stadio? La risposta sta in un’aula affollata di Parigi, nel pieno di una rivoluzione che ha cambiato il mondo.
Siamo nell’estate del 1791. L’Assemblea Nazionale Costituente sta per terminare la stesura della prima Costituzione della storia francese. Il re, Luigi XVI, non è più il “re per grazia di Dio”, ma un sovrano costituzionale. Firma la Costituzione il 13 settembre, ma il suo potere è ormai limitato. Può ancora nominare i ministri e opporsi alle decisioni dell’Assemblea, ma non comandare da solo.
È in questo clima che nasce, quasi per caso, la distinzione tra “destra” e “sinistra”. I deputati, 745 in tutto e in gran parte giovani, si siedono secondo le proprie idee politiche: i più conservatori si mettono a destra del presidente dell’Assemblea, i più radicali a sinistra. Ecco che il Parlamento si trasforma in una mappa ideologica.
Ma chi erano questi gruppi? Alcuni avevano nomi bizzarri, presi dai conventi dove si riunivano: i Foglianti formano la destra monarchica, favorevole a un re con poteri. I Giacobini sono più radicali e si dividono in due anime: i Girondini, borghesi colti e moderati, e i più estremi, come Robespierre, pronti a difendere la rivoluzione a ogni costo. Al centro, poi, ci sono gli indipendenti: qualcuno li chiamerà “Palude”, proprio per la loro instabilità.
Ecco la scena: i conservatori stanno a destra, i rivoluzionari a sinistra. E da allora, tutto il mondo seguirà quella logica. Ancora oggi, “destra” evoca ordine, religione, tradizione; mentre “sinistra” fa pensare a laicità, uguaglianza e cambiamento.
Ma torniamo al 1792. In Francia cresce l’idea che per consolidare la rivoluzione serva una guerra. L’Austria e la Prussia, spaventate dall’“epidemia rivoluzionaria”, minacciano un intervento armato. I Girondini, pur essendo moderati, spingono per la guerra. Anche Luigi XVI, sotto sotto, spera che un attacco esterno possa restaurare il suo potere. E così, il 20 aprile, la Francia dichiara guerra all’Austria. La Prussia si unisce subito all’alleata. Ma l’esercito francese è impreparato, e i nemici avanzano rapidamente verso Parigi.
Il sospetto che il re stia tramando con i nemici comincia a serpeggiare. Il 10 agosto 1792 scoppia la tempesta: la folla assalta il palazzo delle Tuileries, le guardie svizzere vengono massacrate e il re è sospeso dalle sue funzioni. Il governo passa a un Comitato esecutivo guidato da Danton, e il clima si fa incandescente.
Parigi è nel caos. In quei giorni emerge una figura cupa e carismatica: Jean-Paul Marat. Dalle pagine del suo giornale incita alla violenza contro “i nemici del popolo”: aristocratici, preti refrattari, sospetti controrivoluzionari. Il 17 agosto nasce un tribunale speciale, ma presto è la folla ad avere in mano la giustizia. Tra il 2 e il 5 settembre scoppia il terrore: nelle carceri vengono uccisi circa 1400 prigionieri, di cui molti erano semplici detenuti comuni. La giustificazione di questa strage era che nessun “traditore” dovesse tramare alle spalle dell’esercito che difendeva la Francia.
E l’esercito si comportò bene: il 20 settembre 1792, a Valmy, le truppe francesi fermano l’avanzata austro-prussiana. È una vittoria inattesa, simbolica. Il poeta tedesco Goethe, presente sul campo, scrive: “Qui comincia una nuova era della storia”.
E infatti, il giorno dopo, il 21 settembre, la monarchia è ufficialmente abolita. Nasce la Repubblica francese, “una e indivisibile”. Comincia una nuova fase, e con essa un’altra domanda: che fare del re?
I deputati si dividono ancora una volta: i Girondini sono esitanti, i Giacobini invece chiedono il processo. Dopo due mesi di dibattiti, l’esito è incredibile: per un solo voto, Luigi XVI è condannato a morte. Il 21 gennaio 1793, la ghigliottina cala sulla testa del re. La rivoluzione ha compiuto il suo passo più estremo.

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