Alla sfida del Terzo Stato, riunito sala della Pallacorda, il reaveva deciso di intervenire. Ordinò ai soldati di sgomberare la sala, ma qualcosa andò storto. I nobili che avevano già scelto di stare col Terzo Stato—tra cui Marie-Joseph de La Fayetteestrassero le spade. E allora il re, spiazzato, si tirò indietro. Ma la tensione restava altissima.

Pochi giorni dopo, il 22 e il 24 giugno, accadde qualcosa di ancora più sconvolgente: centocinquanta membri del clero e quarantasette nobili si unirono ai deputati del Terzo Stato. Era come se pezzo dopo pezzo, l’antico ordine si stesse sgretolando. Il 9 luglio venne proclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. La borghesia, almeno per il momento, aveva vinto.

Luigi XVI era un uomo in crisi. Così, sbagliando tempi e modi, decise di far arrivare ventimila soldati a Versailles. Un gesto che, più che rassicurare, sembrava una dichiarazione di guerra. L’11 luglio, poi, aggiunse benzina sul fuoco: licenziò il ministro Necker, l’unico membro del governo che godeva della fiducia del popolo.

Il popolo cominciò a scendere in piazza. Non erano solo studenti o intellettuali: artigiani, operai, commercianti, uomini e donne, iniziarono a cercare armi e soprattutto… alleati tra le guardie. Non era solo una protesta, era un’insurrezione.

Il 14 luglio 1789, la Storia prese una piega irreversibile. I cittadini, armati con ciò che erano riusciti a trovare—fucili, cannoni requisiti da un deposito militare—si diressero verso la Bastiglia. Quel vecchio carcere non era importante per i prigionieri che conteneva, ma per ciò che rappresentava: il simbolo del potere assoluto e arbitrario del re. E lo presero.

Il governatore della fortezza venne trucidato, e la sua testa finì in cima a una picca, portata in trionfo per le strade. Era il segno che niente sarebbe più tornato come prima. Da allora, ogni 14 luglio la Francia festeggia quel giorno come il proprio “compleanno” di libertà.

E non era finita. La notte tra il 4 e il 5 agosto, all’Assemblea successe qualcosa che sembrava impossibile: i nobili votarono l’abolizione del sistema feudale. Lo propose il visconte di Noailles, e tutti dissero sì. In quindici righe di legge, se ne andarono secoli di soprusi: diritti feudali, balzelli, corvées, rendite ecclesiastiche, cariche comprate. Tutto cancellato.

I grandi ideali degli illuministi presero forma ancora più concreta con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Già il titolo racchiude un messaggio rivoluzionario: non si parla più di nobili o clero, ma di uomini, tutti uguali, chiamati “cittadini” perché appartenenti a una stessa comunità. È una comunità basata sui principi di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, in cui non ci sono più sudditi sottomessi al re, ma cittadini liberi ed eguali.

La Dichiarazione fu approvata dall’Assemblea Nazionale il 26 agosto 1789 e si ispirava chiaramente ai diritti affermati dagli Stati Uniti. Viene riconosciuta l’esistenza di diritti fondamentali per ogni persona, come il diritto alla proprietà, alla sicurezza e alla libertà di espressione. Questi diritti erano rivoluzionari, perché mettevano in discussione ciò che accadeva in passato, quando in Francia solo alcuni privilegiati godevano di questi benefici.

Il re, Luigi XVI, non accettò facilmente tutti questi cambiamenti. Venne quindi costretto a trasferirsi a Parigi, abbandonando il suo lussuoso palazzo reale di Versailles, per vivere nel palazzo delle Tuileries, vicino al popolo e sotto il suo controllo. Da quel momento in poi, non era più il sovrano assoluto, ma un re dei Francesi, una sorta di “re-cittadino”, costretto a convivere con l’idea di avere i suoi poteri limitati dalla futura Costituzione.

Contemporaneamente, l’Assemblea Costituente prese di mira la Chiesa cattolica. L’11 agosto 1789 furono abolite le tasse ecclesiastiche, che gravavano sul popolo, e poco dopo venne dichiarato che i beni immobili della Chiesa sarebbero stati messi “a disposizione della nazione”. Stiamo parlando di circa il 10% delle terre francesi, che passò sotto il controllo dello Stato. Fu una rivoluzione, quindi, anche per la Chiesa: i monaci ebbero il permesso di abbandonare i loro ordini, e il clero venne riorganizzato. Preti e vescovi divennero funzionari dello Stato, eletti dai cittadini, e ricevevano uno stipendio statale. Questo doveva eliminare le grandi differenze di ricchezza all’interno della Chiesa, creando una certa uguaglianza anche tra i membri del clero. Tutti i religiosi furono costretti a giurare fedeltà al nuovo Stato francese.

Naturalmente, il Papa condannò questi cambiamenti, vedendoli come un attacco diretto alla Chiesa. E fu proprio questo clima di trasformazione che spinse il re a riflettere sulla sua posizione. Sentendosi sempre più minacciato, Luigi XVI cercò di fuggire.

Il 21 giugno 1791, due anni dopo l’inizio della Rivoluzione, il re e la regina Maria Antonietta tentarono di scappare dalla Francia. Tuttavia, furono riconosciuti nella città di Varennes, vicino al confine, e arrestati. Con questo gesto, Luigi XVI perse definitivamente la fiducia del popolo, che ormai lo vedeva come un traditore.


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