Immagina di essere nato in una terra che è la tua da sempre, una terra fatta di fiumi, foreste, pianure e racconti tramandati attorno al fuoco. Ora immagina che qualcuno arrivi da lontano, con vestiti strani, armi mai viste e una sola idea in testa: che quella terra non è tua, ma sua. Così inizia la lunga e dolorosa storia dei nativi americani.

In una società governata da maschi bianchi ricchi, i nativi americani erano considerati il gruppo più estraneo. Non servivano alla società dominante; anzi, erano visti come un ostacolo. Per questo si pensava che fosse legittimo usare contro di loro la forza bruta, anche se a volte si mascherava questa violenza dietro il linguaggio del paternalismo.

Uno degli esempi più evidenti fu l’Indian Removal, ovvero il “trasferimento degli indiani”: un modo elegante per dire che intere popolazioni furono sfrattate con la forza. Così, le terre tra gli Appalachi e il Mississippi vennero “liberate” per far spazio a piantagioni di cotone al Sud e cereali al Nord. Su quelle terre si costruirono canali, ferrovie, città. Era il sogno di un impero continentale, che avrebbe raggiunto il Pacifico. Ma quel sogno, per i nativi, fu un incubo.

I numeri raccontano bene la portata del fenomeno. Nel 1790, la popolazione statunitense era di quasi quattro milioni, concentrata vicino all’Atlantico. Solo quarant’anni dopo, oltre quattro milioni e mezzo di persone si erano spostate verso ovest, invadendo la valle del Mississippi. Nel 1820, centoventimila nativi vivevano a est del fiume. Nel 1844, erano rimasti in meno di trentamila. Ma dire che furono spostati con la “forza” non rende giustizia a ciò che accadde davvero.

Durante la guerra d’indipendenza, quasi tutte le principali nazioni indiane si schierarono con i britannici. Quando questi si ritirarono, gli indiani – che erano già “a casa loro” – si trovarono soli contro gli americani. Per anni resistettero in una serie di scontri disperati. Persino George Washington, comandante dell’esercito, dovette tentare una politica di conciliazione, perché le sue truppe erano stremate.

Nel 1791, Thomas Jefferson, allora segretario di Stato, dichiarò che gli indiani non andavano molestati e che i coloni bianchi avrebbero dovuto essere allontanati se invadevano le loro terre. Ma erano belle parole e poco più. Quando Jefferson divenne presidente, nel 1800, a ovest degli Appalachi vivevano già 700.000 coloni bianchi. Il governo non solo non fermò l’espansione, ma la favorì, spingendo al trasferimento forzato delle popolazioni Creek e Cherokee dalla Georgia.

La situazione peggiorò dopo il 1803, quando Jefferson acquistò dalla Francia l’intero territorio della Louisiana, raddoppiando l’estensione degli Stati Uniti. Il piano era chiaro: spostare i nativi sempre più a ovest, incoraggiarli a coltivare, a fare debiti e infine a cedere le terre per ripagarli.

La logica era economica: senza terra, niente agricoltura. E senza agricoltura, niente mercato. I ricchi speculatori, tra cui gli stessi Washington e Patrick Henry, si accaparrarono immense porzioni di territorio. Anche chi aveva combattuto per l’indipendenza – come i Chickasaw – venne tradito. Furono firmati trattati che promettevano rispetto, ma subito disattesi.

Nel profondo Sud, i Creek erano divisi. Alcuni volevano convivere con i bianchi, altri – soprannominati “Bastoni rossi” – volevano difendere le loro terre e le loro tradizioni. Ma la storia non dette loro scampo.  Tra il 1814 e il 1824, con una serie di trattati (ma sarebbe più giusto dire espropri), i bianchi si appropriarono di tre quarti dell’Alabama e della Florida, di un terzo del Tennessee, di un quinto della Georgia e del Mississippi, e di ampie zone del Kentucky e del North Carolina.

Tutto questo per cosa? Per creare le piantagioni di cotone, fondate sul lavoro degli schiavi africani. Un sistema che si autoalimentava: più terra significava più schiavi, più raccolti, più profitti.

Ogni volta che si firmava un trattato per “spostare” i Creek con la promessa di una vita tranquilla altrove, i bianchi arrivavano anche lì. E allora via con un altro trattato, e poi un altro ancora. Un’illusione di pace, sempre rimandata.


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