Immagina di camminare per le strade di Philadelphia, in un caldo pomeriggio dell’estate del 1776. La città è in fermento: gente che discute animatamente nelle taverne, volantini appesi ai muri, delegati in abiti eleganti che entrano ed escono da un edificio con colonne bianche. È l’Independence Hall, il cuore pulsante della nuova rivoluzione. Qui, nella sala del Congresso, un gruppo di uomini sta per compiere un gesto che cambierà per sempre la storia: dichiarare l’indipendenza dagli inglesi. Ma come si è arrivati a questo punto?

Tutto è cominciato una ventina d’anni prima, con la fine della Guerra dei Sette Anni (1756–1763), combattuta in mezzo mondo, dall’India al Canada. L’Inghilterra vinse, ma il prezzo fu altissimo: montagne di debiti. Per recuperare, Londra pensò di far pagare una parte del conto alle sue Tredici Colonie americane, imponendo nuove tasse e controlli commerciali. Fino a quel momento, gli americani avevano goduto di una certa autonomia, ma ora le cose stavano per cambiare.

Nel 1765, con lo Stamp Act, la tensione esplose: ogni documento, contratto, giornale o licenza doveva essere tassato. E non bastava pagare: bisognava farlo in sterline inglesi, moneta rarissima nelle colonie. Seguirono boicottaggi, proteste e persino rivolte. Il famoso Boston Tea Party del 1773, in cui alcune decine di uomini travestiti da indiani Mohawk buttarono in mare tonnellate di tè della Compagnia delle Indie Orientali, fu solo l’inizio.

La risposta della corona fu durissima: chiusura del porto di Boston, scioglimento dei governi locali, soldati britannici ovunque. Ma fu un errore di calcolo. Invece di spegnere la protesta, la rese nazionale. Nel 1774, dodici colonie (tutte tranne la Georgia) inviarono i propri rappresentanti a Philadelphia per creare un Congresso Continentale.

Nel 1775, a Lexington e Concord, scoppiarono i primi scontri armati. La guerra era iniziata. E l’anno successivo, il 4 luglio 1776, venne proclamata la Dichiarazione d’Indipendenza. La scrisse, con uno stile limpido ed elegante, un giovane di trentatré anni, Thomas Jefferson. Le sue parole sono diventate leggenda: “Noi riteniamo che queste verità siano evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra i quali la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.” Fu un atto coraggioso e rivoluzionario. Gli americani dichiaravano di avere diritti naturali, che nessun re poteva toccare. E per difenderli, erano pronti a combattere.

Alla guida delle forze rivoluzionarie c’era George Washington, un ex colonnello che conosceva bene i britannici per aver combattuto con loro durante la Guerra dei Sette Anni. Sotto il suo comando, l’esercito continentale affrontò una lunga e difficile guerra. Alcune battaglie furono disastrose, altre furono miracoli tattici, come quella di Saratoga, che convinse la Francia a unirsi alla causa americana.

Nel 1781, a Yorktown, con l’aiuto decisivo dei francesi (e persino degli spagnoli, che vinsero a Pensacola), le truppe britanniche si arresero. L’Inghilterra, ormai stanca e in difficoltà, riconobbe l’indipendenza delle colonie nel 1783 con il Trattato di Parigi.

Eppure, nel 1776, gli Stati Uniti d’America erano ancora un’idea più che una realtà. Una confederazione fragile, senza una vera costituzione, senza un governo centrale forte. Solo nel 1787 venne approvata la Costituzione, che creò uno Stato federale, ma non per tutti.

Gli indiani d’America, che vivevano nei territori occidentali, non avevano diritti; gli schiavi afroamericani neppure. Le donne, nonostante avessero sostenuto la rivoluzione in mille modi (curando, coltivando, cucinando, mantenendo le famiglie), restavano escluse dalla politica.


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