Se hai cercato qualcosa su Google, probabilmente il primo risultato era una pagina di Wikipedia, la più grande enciclopedia online. E se hai continuato a scorrere, magari hai trovato la Treccani, la più autorevole enciclopedia italiana. Oggi ci sembra scontato consultare un’enciclopedia per trovare risposte su qualsiasi argomento, ma l’idea di raccogliere e organizzare tutta la conoscenza umana in un unico grande testo ha un’origine ben precisa. L’Enciclopedia, così come la intendiamo oggi, nasce nel Settecento, nel cuore dell’Illuminismo, grazie all’ambizioso progetto di un gruppo di pensatori francesi guidati da Denis Diderot e Jean-Baptiste d’Alembert. Il loro obiettivo? Creare un’opera monumentale che non fosse solo un archivio di conoscenze, ma un vero e proprio strumento di trasformazione del pensiero umano. Il risultato fu l’Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, un’opera composta da 28 volumi, con 71.818 voci e 2.885 tavole illustrate, il più grande progetto editoriale del secolo.
Ma l’Encyclopédie non era solo una raccolta di informazioni. Il vero spirito rivoluzionario dell’opera stava nell’approccio: non si trattava più di accettare il sapere come qualcosa di statico, imposto dall’alto, ma di metterlo in discussione, analizzarlo criticamente, verificarlo attraverso la ragione e l’esperienza. Questo atteggiamento sfidava le autorità tradizionali, che per secoli avevano avuto il monopolio della conoscenza, come la Chiesa e la monarchia. Non a caso, nel 1759, papa Clemente XIII mise l’Encyclopédie all’Indice dei libri proibiti, mentre il re di Francia cercò più volte di bloccarne la pubblicazione. Ma la sua diffusione era ormai inarrestabile: l’opera venne ristampata, tradotta e clandestinamente letta in tutta Europa, diventando il manifesto intellettuale dell’Illuminismo.
“Cambiare il modo di pensare”: questo era lo scopo dichiarato dell’Encyclopédie, come scrisse lo stesso Diderot. E proprio per questo i philosophes (filosofi) non si limitarono a raccogliere e classificare le conoscenze esistenti, ma si interrogarono sulle fondamenta del sapere, ridefinendo i metodi di indagine, mettendo in discussione le verità consolidate e dando vita a un approccio del tutto nuovo alla conoscenza umana. D’Alembert, nel Discorso preliminare che introduceva l’opera, sottolineò con forza come il mondo stesse cambiando rapidamente sotto la spinta della rivoluzione scientifica iniziata nel secolo precedente. Non bastava più raccogliere le conoscenze: bisognava ricostruirne le origini, comprendere i principi generali su cui si fondavano. Non si trattava più di cercare la mano di Dio nella natura, ma di studiare gli uomini in azione, intenti a costruire il proprio sapere e la propria felicità.
Questo nuovo approccio portò alla nascita di discipline fino ad allora inesistenti e diede agli intellettuali un ruolo del tutto nuovo nella società. Nell’epoca dell’Encyclopédie, artisti, letterati e scienziati non erano più semplici studiosi, ma diventavano protagonisti di un dibattito pubblico che iniziava a scuotere le fondamenta del potere. Nasceva così un nuovo potere intellettuale, una “Repubblica delle Lettere” che non si limitava a osservare il mondo, ma cercava di cambiarlo, promuovendo una rivoluzione culturale basata sulla libertà di pensiero e sull’emancipazione dell’uomo attraverso la conoscenza. Che cos’è l’uomo? Quali sono i suoi limiti e le sue potenzialità? Qual è il suo posto nella natura? Queste erano le domande a cui i filosofi cercavano di rispondere, proponendo una nuova visione dell’umanità fondata sulla ragione piuttosto che sulla tradizione o sulla fede.

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