Immagina una casa del Nord Italia, in una sera d’inverno. Il fuoco illumina la stanza, un paiolo ribolle piano, e nell’aria si sente odore di vino caldo, erbe di bosco e carne in salsa agrodolce. Quel che assaggi non è solo un piatto antico: è un’eredità dei Longobardi, il popolo che tra VI e VIII secolo cambiò la vita quotidiana, la società e perfino la tavola dell’Italia altomedievale.
I Longobardi arrivarono nel 569 d.C., in un’Italia stremata dalla guerra tra Goti e Bizantini. La loro migrazione, iniziata secoli prima dall’Europa del Nord, forse dalla Scandinavia, li aveva portati lungo il fiume Elba e il fiume Danubio fino all’Ungheria. Quando arrivarono in Italia guidati dal re Alboino, avanzarono in modo irregolare: non come un esercito compatto, ma in bande autonome guidate dai duces, i loro capi. La conquista fu discontinua, con territori longobardi accanto a zone bizantine, e l’Italia rimase divisa politicamente per secoli.
La loro società era costruita come una comunità militare. Alla base c’erano gruppi di guerrieri, gli arimanni, legati da vincoli familiari. Questa organizzazione trasformò anche il territorio: molte antiche città romane andarono in crisi, mentre centri piccoli come Cividale divennero molto importanti. I beni fiscali del re erano amministrati dai gastaldi, funzionari incaricati di controllare i territori e bilanciare il potere dei duchi.
Tra VII e VIII secolo, con Agilulfo e Teodolinda, i re iniziarono a definirsi “re di tutta l’Italia” e i Longobardi si avvicinarono al cattolicesimo. L’Editto di Rotari (643) diede forma scritta alle leggi longobarde che fino ad allora erano tramandate oralmente: non abolì il duello giudiziale, ma eliminò la faida, sostituendola con la composizione, un risarcimento in denaro proporzionato al reato. Il percorso si completò con Liutprando (713-744), re cattolico che avvicinò il diritto longobardo a quello romano e condannò apertamente le pratiche pagane, dagli indovini all’adorazione degli alberi.
Dentro queste trasformazioni politiche e religiose si muoveva anche la vita quotidiana dell’Italia: fu qui che la presenza longobarda lasciò la sua traccia più concreta. Quando arrivarono in Italia, i Longobardi portarono con sé abitudini alimentari molto diverse da quelle romane. L’alimentazione romana era fondata sui cereali (pane, polente e focacce) mentre la cucina longobarda ruotava attorno ai grassi animali, in particolare al maiale, considerato la misura della ricchezza di una famiglia. Non a caso, nell’Editto di Rotari compare perfino il porcarius, il guardiano dei maiali, un mestiere ritenuto prestigioso. Il mondo del maiale aprì la strada a salumi, lardo, sanguinacci, cosciotti e a un grande uso di selvaggina, insieme a polli, manzi e cavalli. Nacquero così gli antenati di molti piatti del Nord Italia: lessi, bolliti, stracotti, stufati. Nel VI secolo viene citato per la prima volta il brasato, già profumato di chiodi di garofano.
I Longobardi amavano i sapori agrodolci, un gusto che unisce dolce e acido. Da questa passione nacque una salsa che combinava mosto, senape e aceto, un equilibrio tra agro, dolce e piccante: l’antenata diretta delle mostarde odierne. Infine, nel paesaggio pianeggiante dell’Emilia-Romagna, Longobardi e Bizantini condivisero lo spazio e, nel tempo, anche i sapori. Qui nasce un piatto che la tradizione fa risalire proprio a loro: lo gnocco fritto. Pasta di pane tirata a sfoglia, tagliata a rombi e fritta nello strutto fino a gonfiarsi: una nuvola calda, servita ancora oggi con salumi e un bicchiere di Lambrusco.
Anche il modo di stare a tavola cambiò: tra i dignitari si diffuse l’uso di sedersi e di utilizzare posate.
In un’Italia ricca di colline coltivate, i Longobardi contribuirono anche alla diffusione della vite, persino in zone dal clima non ideale. Il vino era centrale nella loro cultura: bevanda quotidiana, elemento sacro nella liturgia cristiana e farmaco, grazie alle presunte proprietà antisettiche che lo rendevano utile per ferite, febbri e purificazioni secondo la medicina antica.
A Pavia, la loro capitale, secondo la leggenda, sarebbe nata la colomba pasquale. Ai Longobardi si collegano anche l’abitudine di essiccare e macinare le castagne per ottenere farina e polenta, e la tradizione di torte di nocciole e mandorle.
Nella Cappella di Teodolinda, nel Duomo di Monza, la vita della regina è narrata in affreschi luminosi: qui compaiono, per la prima volta nell’arte medievale, i confetti. Nell’antica Roma erano ricoperti di miele e farina, ma nel ciclo di Teodolinda gli invitati banchettano con coppe colme di confetti bianchi, sparsi su una tavola nuziale.
La cucina altomedievale, insomma, è il frutto di un incontro. Dalla carne dei Longobardi ai cereali dei Romani, dai boschi del Nord alle vigne del Centro Italia, ogni piatto racconta un pezzo della storia di una penisola che cambiava, si mescolava e imparava, anche a tavola, a diventare un unico mondo.

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