È l’anno 476 d.C.: l’ultimo imperatore romano d’Occidente è stato deposto. L’Impero non esiste più. Ma davvero tutto è finito? Se guardi la carta dell’Europa, potresti avere l’impressione di vedere una grande, immensa “Germania”. I Romani chiamavano Germani molti dei popoli che vivevano oltre il Reno e il Danubio. Ora quei popoli non sono più soltanto ai confini: si sono stabiliti dentro i territori dell’ex Impero e vi hanno fondato nuovi regni. I Vandali in Africa, gli Ostrogoti in Italia, gli Svevi nella penisola iberica. Altri regni, invece, dureranno più a lungo: i Visigoti in Spagna, i Longobardi in Italia e soprattutto i Franchi in Gallia, da cui nasceranno, nei secoli, la Francia e la Germania. Anche in Britannia gli Anglosassoni resteranno dominanti fino all’arrivo dei Normanni nel 1066, evento da cui prenderà forma il regno d’Inghilterra.
Eppure, nonostante questi grandi cambiamenti, la cultura romana non scompare. Comincia invece una lenta fusione tra il mondo romano e quello barbarico. Dove questa integrazione funziona, i regni sono più stabili. Dove fallisce, tutto si indebolisce e crolla più in fretta.
Ma che cosa sono, in concreto, questi nuovi Stati? Gli storici li chiamano regni romano-barbarici. L’espressione può sembrare strana, ma è semplice: “romano” perché conservano molti elementi dell’Impero; romano “barbarico” perché sono guidati da popoli barbarici. In quasi tutti i casi accade questo: un gruppo di guerrieri, minoranza rispetto alla popolazione locale romanizzata, arriva in un territorio e ne prende il controllo. Al vertice c’è un re, capo militare e politico, circondato dai suoi fedeli. Per governare, però, questi re hanno bisogno dell’esperienza dei Romani, più esperti in amministrazione (cioè nella gestione concreta dello Stato), in leggi e nella riscossione delle tasse.
Così le istituzioni romane non spariscono. Le tasse, la moneta, le leggi scritte, l’organizzazione delle città continuano a funzionare. I senatori e soprattutto gli uomini di Chiesa mantengono spesso un ruolo centrale accanto ai nuovi sovrani. Tuttavia, la convivenza non è sempre pacifica. In Africa e in Italia, ad esempio, Vandali e Ostrogoti restano a lungo un gruppo militare separato dalla popolazione romana.
Un altro elemento di divisione è la religione. Molti popoli germanici sono cristiani, ma seguono l’arianesimo (una dottrina che considerava Cristo inferiore a Dio Padre e che la Chiesa cattolica dichiarò eretica, cioè sbagliata). Questa differenza crea tensioni con la popolazione romana, che è in maggioranza cattolica.
Il caso dei Franchi è diverso. Il loro re, Clodoveo, tra il 496 e il 506 si converte al cattolicesimo, anche grazie all’influenza della moglie Clotilde e del vescovo Remigio di Reims. È una scelta importantissima. Condividere la stessa religione facilita l’incontro tra Franchi e Gallo-romani. Con l’appoggio dei vescovi e delle antiche élite locali gallo-romane, Clodoveo costruisce una monarchia territoriale, cioè uno Stato che governa tutti gli abitanti di un territorio senza distinguere tra vincitori e vinti. Qualcosa di simile accade in Spagna nel 589, quando il re visigoto Reccaredo si converte al cattolicesimo.
La diffusione del cristianesimo è una delle grandi trasformazioni di questi secoli: la religione cristiana raggiunge regioni lontane come l’Irlanda e la Germania. I vescovi e i missionari diventano punti di riferimento politici e culturali. Quando un re si battezza, spesso il suo popolo lo segue. La religione diventa così anche uno strumento di unificazione politica. Per i sovrani, abbracciare il cattolicesimo significa fondare il proprio potere non solo sul sangue e sulla tribù, ma su un territorio e su una comunità di credenti. Questo rafforza il re, ma indebolisce le antiche aristocrazie guerriere, che guardano con sospetto la crescente influenza della Chiesa.
Anche il sistema delle leggi riflette questa fase di cambiamenti. Per molto tempo vale il principio della personalità del diritto: ciascun popolo segue la propria legge. I Romani continuano a usare il diritto romano, i Germani le loro usanze. Col passare dei secoli, però, le leggi barbariche vengono messe per iscritto in latino, la lingua del potere. Tra il V e l’VIII secolo, Visigoti, Burgundi, Franchi, Longobardi, Alamanni e Bavari scrivono raccolte di leggi influenzate dal diritto romano. Poco alla volta queste norme diventano valide per tutti gli abitanti del regno.
In questa lunga trasformazione, l’Europa cambia volto. Dal crollo dell’Impero romano nasce un mondo nuovo. Non è più soltanto romano, non è soltanto barbarico. È il risultato di un incontro, a volte pacifico, a volte conflittuale. Da questo miscuglio di cultura latina, tradizioni barbariche e cristianesimo prenderà forma, nei secoli successivi, l’Europa medievale.

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