Immagina le coste del Messico all’inizio del Cinquecento. Dal mare compaiono alcune navi sconosciute. Sulla spiaggia sbarcano uomini venuti da molto lontano, coperti di ferro, accompagnati da cavalli e armati di spade. Sono pochi, pochissimi rispetto alle popolazioni che abitano quelle terre. Eppure, nel giro di appena due anni, uno dei più potenti imperi dell’America centrale sarà sconfitto.

Fino a questo momento abbiamo parlato soprattutto di viaggi ed esplorazioni. Ora comincia una fase diversa e molto più violenta: la Conquista dell’America da parte degli Europei. Nel caso della Spagna, i protagonisti di questa impresa vengono chiamati conquistadores, parola spagnola che significa proprio “conquistatori”. Erano soldati che partivano per l’America inviati dal re di Spagna, ma cercavano anche ricchezze, terre e gloria personale.

Tra tutti i conquistadores, il più famoso fu Hernán Cortés, protagonista della conquista del Messico. Con un esercito inizialmente molto piccolo, Cortés riuscì in soli due anni a sconfiggere l’impero azteco governato da Moctezuma, nonostante gli Aztechi fossero molto più numerosi degli Spagnoli. Come fu possibile?

La conquista del Messico comincia nel 1519, quando una piccola spedizione spagnola sbarca sulle coste dell’attuale Veracruz. Cortés viene presto a sapere che, nell’interno del territorio, esiste un impero ricco e potente. Decide allora di raggiungerne la capitale. Cortés procede lentamente e, di fronte alle popolazioni che incontra, propone alleanze oppure combatte. Lo scontro più duro avviene contro i Tlaxcaltechi, una popolazione nemica degli Aztechi. I Tlaxcaltechi combattono con grande forza contro gli Spagnoli, ma poi cambiano strategia e diventano i loro più importanti alleati.

Quando Cortés raggiunge Tenochtitlán, la grande capitale azteca sorta dove oggi si trova Città del Messico, viene accolto con tutti gli onori. Poco dopo accade qualcosa di sorprendente: Cortés fa prigioniero l’imperatore Moctezuma e continua a governare attraverso di lui, senza incontrare resistenza.

La situazione, però, peggiora poco dopo. Cortés deve lasciare la capitale perché una nuova spedizione spagnola, inviata per arrestarlo, è arrivata sulle coste del Messico. Durante la sua assenza, il suo sostituto Pedro de Alvarado compie un massacro durante una festa religiosa azteca. Tenochtitlán esplode allora in una rivolta.

Quando Cortés ritorna, trova i suoi uomini assediati e Moctezuma muore in circostanze poco chiare. Gli Spagnoli non riescono più a controllare la città. Cortés decide quindi di fuggire durante la notte, ma la ritirata viene scoperta. Segue una battaglia violentissima e più della metà del suo esercito viene sterminato. Gli Spagnoli ricorderanno quella terribile ritirata con il nome di Noche Triste, cioè “notte triste”.

La conquista sembra essere fallita. Cortés, però, riesce a raggiungere Tlaxcala. Qui ricostruisce il suo esercito grazie soprattutto agli alleati locali e prepara un nuovo attacco. Poi torna verso Tenochtitlán e la assedia per mesi: interrompe i collegamenti con l’esterno e fa costruire dei brigantini, piccole navi da guerra, per controllare i laghi che circondano la capitale. Stretta da ogni parte, la città alla fine viene conquistata dagli Spagnoli. È il 1521: l’impero azteco è sconfitto.

Ma come riuscì Cortés a vincere nonostante la sua enorme inferiorità numerica? Non esiste una sola risposta. La conquista fu il risultato di diverse ragioni. La prima riguarda Moctezuma. Secondo alcune cronache, l’imperatore azteco era tormentato dall’incertezza su come interpretare l’arrivo degli stranieri. Alcune ricostruzioni hanno collegato questi dubbi alle antiche tradizioni religiose e al ricordo dei Toltechi, una civiltà precedente alla potenza azteca, della quale gli Aztechi si consideravano eredi. Qualunque fosse la ragione delle sue decisioni, nei primi mesi Moctezuma non organizzò una resistenza immediata e, anche quando Cortés lasciò temporaneamente la capitale, non riuscì a sfruttare la sua assenza.

Il secondo elemento fu ancora più importante: gli Spagnoli sfruttarono le profonde divisioni tra le popolazioni dell’America centrale. Il Messico dell’epoca non era uno Stato unito. L’impero azteco governava su molti popoli diversi che, spesso, odiavano gli Aztechi. Queste popolazioni sottomesse videro negli Spagnoli un possibile alleato contro gli Aztechi. Per questo, nella fase finale della guerra, Cortés non guidava semplicemente un piccolo esercito di conquistadores. La maggior parte dei combattenti che marciavano contro Tenochtitlán era formata da guerrieri appartenenti a popolazioni locali nemiche degli Aztechi.

Un terzo elemento fu la superiorità tecnologica degli Spagnoli. I conquistadores disponevano di cavalli, archibugi (armi da fuoco portatili), cannoni, spade e brigantini. Gli Aztechi non conoscevano il cavallo e non utilizzavano armi di ferro e acciaio come quelle europee. A tutto questo si aggiunsero le malattie provenienti dall’Europa, come il vaiolo, che fece moltissime vittime tra gli Americani.

Eppure, nemmeno questi vantaggi bastano da soli a spiegare una vittoria così rapida. Gli Spagnoli rimanevano pochissimi e le loro prime armi da fuoco erano lente da ricaricare e poco precise rispetto ad oggi. Le cronache azteche suggeriscono allora un ultimo elemento: la difficoltà di comprendere che cosa stesse realmente accadendo. Moctezuma rimase a lungo nell’incertezza sulla scelta da compiere. Cortés imparò invece molto velocemente a capire i rituali e il pensiero azteco e li sfruttò per vincere la guerra.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *