Immagina di trovarti in Messico, centinaia di anni fa. Davanti a te ci sono piramidi a gradoni, guerrieri coperti di piume colorate e, poco lontano, alcuni giocatori si sfidano nel gioco della pelota, colpendo una pesante palla di gomma. Intorno non ci sono cavalli né carri. Sei testimone di una grande civiltà, con città immense, mercati affollati, eserciti, sacerdoti e tradizioni antichissime. Sei nel mondo degli Aztechi.
Era una delle vivissime civiltà che si erano sviluppate in America prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492. Parliamo ancora di “scoperta dell’America”, ma bisogna capire bene che cosa significa: era la scoperta di quelle terre da parte degli Europei, mentre l’America era già abitato da milioni di persone e ospitava numerose civiltà. Gli Europei chiamarono inizialmente queste popolazioni “Indiani”, perché Colombo credeva di essere arrivato nelle Indie, cioè in Asia. Oggi si usa soprattutto il termine Amerindi, che indica le popolazioni originarie del continente americano e i loro discendenti. Non formavano un unico popolo: avevano lingue, religioni, forme di governo e tradizioni molto diverse, spesso molto sviluppate.
Tra le grandi civiltà dell’America prima dell’arrivo degli Europei, tre sono diventate molto famose: Aztechi, Maya e Inca. Non utilizzavano la ruota come mezzo di trasporto e non avevano grandi animali da lavoro come cavalli e buoi, fondamentali invece in Europa per gli spostamenti, l’agricoltura e la guerra. Conoscevano e lavoravano metalli come il rame e l’oro, ma non producevano armi di ferro o di acciaio.
Questo non significa affatto che fossero civiltà arretrate. Significa che avevano sviluppato conoscenze e tecnologie differenti. I Maya, per esempio, raggiunsero risultati straordinari nello studio del cielo e del movimento degli astri e costruirono grandi città e piramidi nell’area dello Yucatán e dell’America centrale. Gli Inca, invece, crearono sull’altissima catena montuosa delle Ande un enorme sistema di strade e comunicazioni capace di collegare territori vastissimi. Il loro impero continua ancora oggi ad affascinarci, tanto da aver ispirato il film animato Disney Le follie dell’imperatore.
Tra queste civiltà, quella azteca è particolarmente importante perché fu protagonista della prima grande guerra di conquista condotta dagli Spagnoli in Americ. Gli uomini che noi chiamiamo Aztechi si definivano Mexica: da questo nome deriva anche quello dell’attuale Messico. La loro capitale era Tenochtitlán, una grande città costruita su isole nel lago Texcoco. Templi, palazzi, canali e mercati pieni di merci la rendevano una delle città più spettacolari del suo tempo. Era una città che ricordava, per certi aspetti, Venezia.
Anche l’agricoltura sfruttava l’acqua del lago. Gli Aztechi coltivavano usando le chinampas, terreni artificiali ricavati nelle zone poco profonde e umide del lago, sui quali crescevano mais, fagioli e molte altre piante sconosciute agli Europei.
Gli Aztechi governavano su molti altri popoli del Messico centrale, spesso in maniera molto dura, e, per questo motivo, avevano tanti nemici. Questo gli porterà tanti guai quando arriveranno gli Spagnoli: pur essendo pochissimi rispetto agli Aztechi, gli Spagnoli riusciranno a trovare numerosi alleati proprio tra i popoli sottomessi dagli Aztechi e che li odiavano.
C’era però un elemento della società azteca che sconvolse profondamente gli Spagnoli: i sacrifici umani. Secondo gli Aztechi, il sacrificio era un dovere religioso necessario al funzionamento dell’universo. Secondo la religione azteca, il mondo viveva nell’epoca del “quinto sole”. Altri mondi erano esistiti prima di quello presente ed erano stati distrutti. Anche il quinto sole era fragile e poteva spegnersi. Gli dèi avevano sacrificato loro stessi e la propria energia per mettere in movimento il sole e permettere alla vita di continuare. Gli esseri umani, quindi, dovevano ricambiare quel dono offrendo agli dèi ciò che possedevano di più prezioso: la vita e il sangue. Se questo scambio si fosse interrotto, secondo la loro visione religiosa, il sole avrebbe potuto fermarsi e il mondo sarebbe finito.
Per questo anche la guerra assumeva un significato religioso. Combattere permetteva di conquistare territori e ricchezze, ma anche di catturare prigionieri da offrire agli dèi. In questo modo, almeno secondo la mentalità azteca, il sacrificio contribuiva letteralmente a tenere in vita l’universo.
Ogni divinità aveva riti particolari. Alcune cerimonie legate al fuoco prevedevano vittime offerte attraverso le fiamme; quelle dedicate a Tlaloc, dio della pioggia e dell’acqua, potevano comprendere sacrifici di bambini, associati simbolicamente all’acqua e alla pioggia. Altre offerte prevedevano l’uso delle frecce. Ogni periodo dell’anno aveva i propri riti religiosi. Tra le divinità più importanti c’erano Huitzilopochtli, legato al sole e alla guerra, e Quetzalcoatl, il celebre “serpente piumato”, associato, tra le altre cose, al vento e al sapere.
I sacrifici potevano avere obiettivi diversi: chiedere agli dèi protezione durante una guerra, favorire buoni raccolti, ottenere la pioggia oppure mantenere buono il rapporto tra il mondo umano e quello divino. Molte vittime erano prigionieri catturati durante le guerre e la stessa cattura poteva assumere un significato religioso.
Alcuni prigionieri destinati al sacrificio venivano trattati in modo molto diverso da ciò che potremmo aspettarci. Potevano essere vestiti con gli abiti della divinità alla quale sarebbero stati offerti, accompagnati durante le cerimonie e onorati pubblicamente. In alcuni rituali la vittima impersonava il dio, ripetendone i gesti e le vicende. In quel momento, quindi, non stava semplicemente morendo “per” una divinità: simbolicamente, moriva “come” la divinità che rappresentava. Ci sono racconti che parlano di guerrieri che avrebbero rifiutato la possibilità di salvarsi o di prigionieri che avrebbero preferito essere sacrificati piuttosto che rinunciare al destino religioso che li attendeva.
Gli Aztechi, infatti, immaginavano destini diversi nell’aldilà in base a come moriva una persona. I guerrieri morti in battaglia e le vittime sacrificate potevano accompagnare il sole nel suo viaggio nel cielo e, dopo alcuni anni, tornare sulla terra sotto forma di colibrì. Le persone morte per cause associate all’acqua raggiungevano invece il regno di Tlaloc, immaginato come un luogo verde, fertile e ricco d’acqua. Per molti altri morti cominciava un difficile viaggio nell’aldilà.
Dietro questi riti c’era dunque un’idea precisa del mondo. L’universo era fragile, il tempo non era garantito e la sopravvivenza dipendeva dal rapporto tra uomini e dèi. Per questo, nella mentalità religiosa azteca, non offrire i sacrifici richiesti significava mettere in pericolo non soltanto una persona o una città, ma l’intero universo. Per gli Aztechi compiere sacrifici erano quindi obblighi religiosi.

Lascia un commento