Hai sicuramente sentito parlare del principe azzurro, il giovane buono e coraggioso di tante fiabe ambientate in un Medioevo più o meno immaginario. Nei libri di storia, però, quando si parla dell’Italia tra Trecento e Quattrocento, la parola principe indica qualcosa di molto diverso.
Pensa, per esempio, al principe descritto dal fiorentino Niccolò Machiavelli nella sua opera più famosa, Il Principe. Machiavelli racconta un governante che, per conquistare e conservare il potere, deve saper essere furbo e, quando è necessario, anche crudele. È il principe di un’Italia ormai molto diversa da quella dei comuni medievali. Nel Quattrocento molte dei comuni che si governavano da soli come vere e proprie città-Stato erano scomparse o avevano perso la propria autonomia. Al loro posto stavano sorgendo i principati, stati più grandi e governati da potenti famiglie. Che cosa era successo?
Torniamo alla grande peste del 1348. Le conseguenze furono devastanti per le città italiane, tra le prime dell’Europa occidentale a essere raggiunte dall’epidemia. In molte città la popolazione diminuì tantissimo e, insieme agli abitanti, diminuirono le attività economiche e le risorse disponibili. Alcuni comuni non ebbero più la forza necessaria per difendere la propria indipendenza. Le città più deboli cominciarono così a essere assorbiti da città più potenti, come Firenze, che conquistò sempre più territori in Toscana.
In realtà, però, la crisi dei comuni era cominciata già prima della peste. Alla fine del Duecento molti comuni non riuscivano a mettere fine alle continue lotte tra le diverse fazioni, cioè i gruppi politici che si contendevano il potere. Le lotte tra famiglie e partiti rendevano instabili i governi dei comuni e potevano trasformarsi in vere e proprie guerre nelle strade.
Queste difficoltà spinsero molte città a trasformarsi in qualcosa di nuovo. In numerosi comuni nacquero le signorie: il potere veniva affidato a un singolo signore o a una famiglia. Questo serviva a ridurre le lotte tra cittadini, rafforzare l’ordine pubblico e rendere più stabile il governo. Ma questo non significava che fosse arrivata la pace.
Spesso, infatti, i signori preferivano eliminare gli avversari dalla vita politica invece di trovare un accordo con loro. Uno degli strumenti più utilizzati era l’esilio, proprio come era accaduto a Dante a Firenze, ossia cacciare gli avversari dalla città proibendogli di tornare. Gli esiliati, però, raramente si arrendevano. Cercavano alleati nelle città vicine e tentavano di tornare nella loro città di origine, anche con le armi, per cacciare chi li aveva espulsi e riprendere il potere. Le lotte interne a una città finivano così per coinvolgerne molte altre.
Per proteggersi in una situazione tanto instabile, diversi comuni decisero di affidarsi a potenze più forti. Già nella seconda metà del Duecento alcune città riconobbero l’autorità dei sovrani angioini di Napoli, mentre in Lombardia i Della Torre e, successivamente, i Visconti estesero il proprio controllo su molte città vicine. La protezione di una grande potenza poteva garantire maggiore sicurezza, ma aveva un prezzo: molto spesso significava rinunciare a una parte, o a tutta, della propria indipendenza politica. Nel corso del Trecento questi nuovi Stati divennero sempre più potenti e cominciarono a scontrarsi direttamente tra loro. Le città più piccole subivano le conseguenze di queste guerre: alcune furono conquistate, altre accettarono accordi di protezione con uno Stato più forte, conservando soltanto una parte della propria autonomia.
Si stava così aprendo l’epoca dei principati. Il signore non governava più soltanto una città: controllava territori sempre più vasti e cercava di trasmettere il proprio potere ai figli, trasformando il governo della famiglia in una vera dinastia (una successione di governanti appartenenti alla stessa famiglia). Per rendere più solido questo potere, i signori cercarono anche un riconoscimento ufficiale dal Papa o dall’Imperatore, ottenendo veri e propri titoli nobiliari. Nel 1395, per esempio, Gian Galeazzo Visconti ottenne dall’imperatore il titolo di duca di Milano, pagando una somma enorme. Quel titolo non valeva soltanto per lui: poteva essere trasmesso ai suoi eredi. Altre famiglie seguirono percorsi simili: i Gonzaga a Mantova, gli Este a Ferrara e Modena, i Montefeltro a Urbino.

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