Quando gli Spagnoli la videro quasi un secolo dopo, rimasero impressionati dalle sue dimensioni e dal suo splendore. Tenochtitlán, la capitale dell’impero azteco, era stata costruita infatti su un’isola, ma era collegata alla terraferma attraverso strade rialzate, ponti e dighe.

Tenochtitlán era divisa in quattro grandi quartieri, disposti intorno al centro della città. Nel punto in cui questi squartieri si incontravano sorgevano gli edifici più importanti: palazzi, piazze e soprattutto il grande recinto sacro, cioè l’area riservata ai principali templi e alle cerimonie religiose. Nelle zone più lontane dal centro, invece, il paesaggio cambiava. Tra l’acqua comparivano le chinampas, terreni coltivati ricavati nelle zone umide e poco profonde del lago, una sorta di “giardini galleggianti”. Qui crescevano mais, fagioli, frutta e fiori. Nelle acque vicine si pescava e si raccoglievano anche uova di uccelli acquatici, contribuendo così a nutrire la popolazione della città.

Al centro del recinto sacro c’era il Templo Mayor, la grande piramide sulla quale sorgevano due santuari affiancati. Uno era dedicato a Huitzilopochtli, dio legato al sole e alla guerra; l’altro a Tlaloc, dio della pioggia e dell’acqua. Poco distante si trovavano i palazzi dei sovrani.

Vicino al palazzo reale esisteva anche una grande raccolta di animali voluta dal tlatoani, il sovrano azteco, quello che noi chiameremmo semplicemente imperatore. Qui venivano custoditi giaguari, puma, lupi, serpenti e numerose specie di uccelli dal piumaggio colorato, sistemati in strutture e gabbie di legno. Ma a colpire erano anche i giardini. Se ne trovavano intorno ai palazzi e persino sui tetti di alcune abitazioni. Tra alberi e fiori si muovevano quetzal, fenicotteri, anatre e pappagalli.

Nel giro di pochi decenni Tenochtitlán cambiò profondamente. Tra il 1470 e il 1480 era ormai lontanissima dalla piccola isola paludosa sulla quale gli Aztechi si erano stabiliti all’inizio della loro storia. Nella valle del Messico vivevano circa un milione e mezzo di persone; sull’isola centrale abitavano circa 50.000 uomini, che diventavano circa 100.000 considerando anche gli insediamenti sulle rive. Nutrire una popolazione tanto numerosa richiedeva una quantità enorme di risorse. Una parte arrivava dalle coltivazioni locali e dai mercati, mentre un’altra proveniva dai tributi, cioè dai beni che i popoli sottomessi erano obbligati a consegnare agli Aztechi. Grazie alla sua posizione al centro del lago, Tenochtitlán divenne così uno dei principali centri politici e commerciali del Messico centrale.

Una crescita tanto rapida richiedeva ordine. Le strade seguivano percorsi definiti, i quartieri erano ben riconoscibili e molte case si sviluppavano intorno a cortili interni. Sui tetti potevano esserci piccoli giardini o spazi utilizzati come magazzini. Dentro le abitazioni erano conservati gli strumenti necessari alla vita quotidiana; armi, copricapi e trofei ricordavano invece il prestigio conquistato dagli uomini attraverso la guerra. Accanto alle case comuni sorgevano templi di quartiere, mentre nel centro della città dominavano i grandi templi, ampliati più volte con il crescere della potenza azteca.

Anche la società doveva funzionare come una macchina ben organizzata. I Mexica la paragonavano a un uccello: i nobili erano la testa, mentre le famiglie formavano le ali e la coda, tutte parti necessarie perché l’animale potesse volare. La nobiltà, però, aumentava sempre di più e fu necessario stabilire regole più precise. Montezuma il Vecchio decise che non tutti i suoi figli avrebbero potuto vivere grazie ai tributi e incoraggiò alcuni di loro a diventare artigiani specializzati. Fu deciso che solo i maschi potessero trasmettere ai figli il titolo nobiliare.

A mantenere in funzione la città pensavano numerosi funzionari, che si occupavano di raccogliere le tasse, organizzavano i lavori e intervenivano nelle controversie tra gli abitanti. Le leggi non erano scritte ma erano ben conosciute da tutti. L’adulterio, per esempio, poteva essere punito con la morte. Chi aveva contratto debiti poteva arrivare a vendere un figlio come schiavo, anche se la schiavitù azteca era meno dura di quella degli Europei. Esistevano inoltre tribunali incaricati di giudicare le controversie che coinvolgevano nobili e popolani.

La stessa attenzione all’ordine si vedeva nei mercati, uno dei luoghi più vivi della città. Camminando tra i banchi avresti trovato tessuti, piume preziose, ceramiche, utensili di rame, legna e pellicce, ma soprattutto cibo: mais, fagioli, frutta, cacao, uova, alghe secche e animali vivi. Si potevano comprare persino pietanze già preparate, come tortillas e focacce di mais. Si raccoglieva perfino l’urina, utilizzata in alcune attività artigianali, per esempio nella lavorazione delle pelli, e questa raccolta contribuiva anche a mantenere più puliti gli spazi della città.

Fuori dal mercato lavoravano guaritori e guaritrici, che vendevano erbe e preparavano rimedi accompagnati da pratiche rituali. Poco lontano, nei templi e nelle scuole, si formavano invece le nuove generazioni. Intorno ai tredici anni ragazzi e ragazze entravano a scuola. Le ragazze imparavano preghiere e attività legate alla gestione della casa, mentre molti ragazzi venivano preparati alla guerra. I figli dei mercanti e coloro che sarebbero diventati sacerdoti avevano un’istruzione diversa. L’addestramento dei giovani guerrieri comprendeva esercizi fisici, prove di resistenza e infine vere spedizioni militari. I migliori diventavano nobili onorari.

Molto diversa era la formazione dei futuri sacerdoti. Dovevano conoscere il calendario religioso, interpretare la scrittura pittografica e imparare con precisione i numerosi rituali religiosi. La disciplina era severissima e le punizioni potevano essere molto dure. Con la crescente importanza delle cerimonie e dei sacrifici, i sacerdoti divennero indispensabili per organizzare il calendario religioso, preparare gli spazi sacri e custodire strutture come gli tzompantli, le rastrelliere sulle quali venivano esposti i teschi delle vittime sacrificate. Anche l’imperatore azteco partecipava personalmente ad alcuni dei momenti più importanti delle cerimonie religiose.

Nei depositi dei palazzi erano custoditi codici dipinti, lunghi fogli illustrati che potevano essere piegati e conservati in casse di legno e giunco. Alcuni raccontavano attraverso immagini avvenimenti del passato; altri registravano confini, tributi, genealogie, cioè le informazioni sulle parentele e discendenze delle famiglie, oppure raccoglievano informazioni sui territori e sui popoli vicini.


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