Immagina di trovarti a Roma nel 240 d.C.: le strade ancora brulicano di vita, le terme sono piene, il Colosseo risuona di applausi. Eppure, qualcosa non torna. Dietro le statue, i templi e i marmi splendenti, l’Impero romano comincia a scricchiolare. Hai sempre pensato a Roma come a una macchina perfetta, un gigante capace di vincere qualsiasi guerra e di governare il mondo conosciuto. Ma se potessi catapultarti nel III secolo, vedresti un Impero nel caos.
È l’epoca che gli storici chiamano Tardo Antico, un periodo di crisi ma anche di trasformazioni profonde, in cui il mondo romano si prepara, senza saperlo, a diventare qualcosa di nuovo. Fu lo storico inglese Peter Brown a diffondere questa idea: il Tardo Antico non è solo la “fine” di Roma, ma una grande trasformazione. È un’epoca di passaggio, sospesa tra passato e futuro, dove l’antico sta iniziando a lasciare spazio al Medioevo. Non solo decadenza, dunque: anche la nascita di qualcosa di nuovo.
Roma è troppo grande da governare: servono strade, soldati, funzionari, ma tutto costa sempre di più. A partire dal 240, l’Impero entra in un tunnel di quasi cinquant’anni di crisi. Dopo secoli di espansione, arrivano le prime grandi invasioni dei barbari e un’instabilità politica mai vista. Nel Mediterraneo, la pace era diventata quasi un’abitudine: i commerci prosperavano, le città si abbellivano. Ma ai confini dell’Impero, ossia lungo il fiume Reno, il fiume Danubio e in Oriente, pace non c’era.
Nel 224 nasce un nuovo nemico a est: la Persia della dinastia dei Sasanidi, che minaccia le province orientali. Nel 248, nel bacino del Danubio, si forma la confederazione dei Goti, una popolazione barbarica, e dal 260 bande armate di barbari attraversano il Reno come tempeste improvvise. L’impero romano viene attaccato da ogni lato. Tra il 245 e il 270 le frontiere crollano una dopo l’altra. Nel 251 l’imperatore Decio muore in battaglia contro i Goti; nel 260 il persiano Sapore I cattura addirittura l’imperatore Valeriano, insieme al suo esercito. Le coste del mare Egeo vengono saccheggiate da navi barbariche. Nel 271, perfino Roma deve difendersi e l’imperatore Aureliano fa costruire appositamente mura per circondarla. Ma non bastano i nemici esterni. All’interno, l’Impero si frammenta: nascono piccoli “imperi locali”. In Occidente, Postumo governa la Gallia, la Britannia e la Spagna (260–268); in Oriente, la regina Zenobia di Palmira domina dalla Siria fino all’Egitto (267–270). L’unità di Roma è in frantumi, e con essa anche la fiducia nella sua eternità.
Intanto, l’economia crolla. Per pagare gli eserciti e riparare i danni, lo Stato aumenta le tasse: ma i cittadini si ribellano e le città si svuotano. A peggiorare le cose, arriva una terribile epidemia di peste, che colpisce la popolazione devastando campagne e città. A ciò si aggiungono terremoti e disastri naturali: sembra che perfino gli dèi abbiano abbandonato Roma.
Il potere passa lentamente dalle mani dei nobili senatori a quelle dei generali. Intorno al 260, i senatori sono esclusi dai comandi militari: ora comandano soldati di carriera, uomini nati per la guerra, spesso provenienti dalle province. Sono loro a salvare ciò che resta dell’Impero. Le antiche legioni, lente e troppo ampie, vengono spezzate in piccoli reparti mobili: servono velocità e adattabilità per rispondere agli attacchi improvvisi. Nasce anche una nuova forza d’élite, la cavalleria pesante del comitatus, i “compagni” dell’imperatore, pronti a spostarsi dove il pericolo è più grande. Il nuovo esercito diventa enorme: circa seicentomila uomini, il più grande mai visto nel mondo antico, ma anche il più costoso. Roma è viva, sì, ma a fatica, e non lo sarà per ancora molto tempo.

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