Immagina di vivere nell’antica Roma. Se fossi un cittadino romano, chiunque non parlasse latino o greco ti sembrerebbe… diverso, magari persino pericoloso.
I Romani, seguendo un’antica tradizione greca, chiamavano “barbari” tutti coloro che non parlavano latino o greco e non condividevano la loro cultura. Il termine deriva dal greco barbaros, un’imitazione del suono di una lingua incomprensibile: per i Greci, chi parlava un’altra lingua sembrava dire soltanto “bar-bar”, come un confuso “bla bla”. All’inizio, dunque, non indicava per forza una persona violenta. Significava semplicemente straniero, qualcuno che apparteneva a un altro mondo.
I Romani presero questa parola dai Greci e la usarono soprattutto per indicare i popoli che vivevano oltre i confini dell’Impero, in particolare quelli che chiamavano Germani, cioè le popolazioni stabilitesi nelle terre dell’attuale Germania e dell’Europa centro-settentrionale. Ai loro occhi, quei territori apparivano freddi, boscosi, selvaggi. Le città romane erano ordinate, con acquedotti e anfiteatri; i villaggi germanici erano fatti di legno e immersi nella natura. La differenza sembrava enorme. E ciò che è diverso, spesso, fa paura.
Con il tempo, però, quella parola divenne legata a un fenomeno storico preciso: le cosiddette “invasioni barbariche”. Con questa espressione si indicano gli spostamenti di molti popoli che, tra il IV e il V secolo d.C., entrarono nei territori dell’Impero romano. Oggi gli storici preferiscono parlare di migrazioni di popoli, perché non si trattò solo di attacchi militari, ma di movimenti che coinvolgevano intere famiglie e che avvennero in n lungo periodo: non bande disordinate di guerrieri, ma popoli in cammino.
Ma chi erano, in origine, questi popoli barbarici? Le fonti antiche li chiamano “tribù”: piccole comunità legate da legami di sangue e dal mito di un antenato comune. A unire la tribù non era solo la parentela, ma anche la lingua, la religione e le tradizioni condivise. Le donne e i minori vivevano sotto la protezione di un uomo della famiglia, mentre gli uomini liberi erano tutti guerrieri, pronti a difendere il gruppo. Durante le grandi migrazioni, tra IV e VI secolo, queste tribù si fusero in gruppi più ampi, in un processo che gli storici chiamano etnogenesi, cioè nascita di nuove identità. La fusione poteva avvenire per conquista, per alleanza o per fede comune in una divinità.
A dare avvio a questo grande movimento di popolazioni furono gli Unni, una popolazione originaria dell’Asia centrale. Erano nomadi, cioè vivevano spostandosi continuamente nelle vaste pianure. Nel IV secolo d.C. avanzarono verso l’Europa portando con sé un modo di combattere completamente nuovo per i Romani. Erano cavalieri straordinari e abilissimi arcieri: lanciavano frecce mentre cavalcavano, con una precisione impressionante. Non combattevano in file compatte come le legioni romane. Preferivano attacchi rapidi e improvvisi: apparivano, lanciavano una pioggia di frecce e si ritiravano. Questa tattica terrorizzò molti popoli germanici, tra cui i Goti.
Sotto la pressione degli Unni, diverse popolazioni si trovarono davanti a una scelta difficile: resistere o spostarsi. I Goti, ad esempio, nel 376 d.C. attraversarono il fiume Danubio e chiesero ai Romani di essere accolti entro i confini dell’Impero. Cercavano protezione. Ma l’Impero non seppe gestire bene la situazione. Le tensioni crebbero, scoppiò una ribellione, e nel 378 d.C. l’esercito romano fu duramente sconfitto nella battaglia di Adrianopoli. Fu uno shock: Roma non era più invincibile.
Pochi decenni dopo, nel 410 d.C., accadde qualcosa che sembrava impensabile. I Visigoti, guidati dal re Alarico, entrarono a Roma e la saccheggiarono per tre giorni: i Visigoti portarono via ricchezze e distrussero edifici. Per il mondo romano fu un trauma enorme. Roma, la città che per secoli aveva dominato il Mediterraneo, era stata colpita nel cuore. San Girolamo scrisse che “il mondo intero era crollato in una sola città”.
Molti cercarono una spiegazione. Alcuni pagani accusarono i cristiani: sostenevano che gli antichi dèi avevano abbandonato Roma perché la loro religione erano stata trascurata. Per rispondere a queste accuse, il vescovo Agostino scrisse un’opera che divenne molto importante, La città di Dio, in cui spiegava che la vera terra dei cristiani non era una città terrena, ma quella celeste, cioè il Paradiso.
Intanto gli Unni continuarono ad avanzare. Nel V secolo il loro capo più famoso, Attila, guidò spedizioni militari che misero in pericolo l’intera Europa occidentale. Nel 451 d.C. invase la Gallia (l’attuale Francia), ma fu fermato ai Campi Catalaunici da un esercito formato da Romani e Visigoti alleati. L’anno successivo entrò in Italia e arrivò quasi a Roma. Secondo la tradizione, fu papa Leone I a convincerlo a ritirarsi. Forse Attila era già indebolito, o forse ricevette molte ricchezze dai Romani. Qualunque sia la verità, decise di abbandonare l’Italia e risparmiare Roma. Attila morì nel 453 d.C., e con lui si dissolse rapidamente la potenza unna.
Il passaggio di questi popoli cambiò per sempre il volto dell’Impero romano. Non fu una semplice distruzione, ma una trasformazione profonda. I “barbari” non restarono per sempre stranieri: si insediarono nei territori imperiali, fondarono regni, adottarono il latino, si convertirono al cristianesimo e conservarono molte istituzioni romane, portando alla nascita del Medioevo.

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