28.1 Parola chiave: Nazismo

All’inizio del 1919, nella confusione della Germania postbellica, tra rivolte, crisi economica e un governo democratico ancora fragile, compare sulla scena politica di Monaco di Baviera un piccolo partito: la Deutsche Arbeiterpartei (DAP, “Partito dei Lavoratori Tedeschi”). A fondarlo sono Anton Drexler e Karl Harrer, convinti di poter riunire i lavoratori tedeschi attorno a un’idea di nazionalismo radicale e di odio per il comunismo.

Tra coloro che si avvicinano al movimento c’è un giovane reduce della Prima guerra mondiale: Adolf Hitler. Inizialmente, rimane perplesso. Quel piccolo gruppo gli sembra improvvisato, senza una vera direzione politica. Ma quando Drexler gli affida la propaganda, tutto cambia. Hitler scopre il suo talento naturale per l’oratoria, in grado di infiammare le folle con discorsi pieni di rabbia, promesse e slogan nazionalisti. Il partito, che fino a quel momento aveva contato su pochi iscritti, inizia a crescere.

Nel 1920, cambia nome e diventa il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP, “Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi”), aggiungendo al suo programma un’inedita fusione tra nazionalismo e socialismo. Ma attenzione: il socialismo che intende Hitler non ha nulla a che fare con l’ideologia marxista. Si tratta di un’idea nazionalista e razziale, che rifiuta la lotta di classe per proporre un’unità della “razza tedesca” sotto una guida forte.

Nel 1921, Hitler assume il controllo del partito e ne diventa il leader indiscusso, con 553 voti a favore e un solo contrario. L’NSDAP smette di essere solo un partito e diventa un movimento di massa, con una struttura paramilitare che si ispira direttamente al fascismo italiano: nascono così le SA (Sturmabteilungen, “Sezioni d’Assalto”), le famigerate camicie brune, una milizia che si occupa di intimidire gli avversari politici e di garantire “ordine” durante i comizi nazisti.

Ma Hitler non si accontenta di ottenere consensi. Nel 1923, approfittando della crisi politica ed economica che ha colpito la Germania, organizza un colpo di Stato a Monaco, noto come il Putsch della birreria. L’idea è quella di rovesciare il governo locale e poi marciare su Berlino, proprio come aveva fatto Mussolini con la Marcia su Roma. Ma il piano fallisce: la polizia apre il fuoco sui rivoltosi, uccidendo 14 nazisti e 4 poliziotti. Hitler viene arrestato e condannato a cinque anni di carcere, anche se ne sconta solo tredici mesi.

Questa sconfitta, però, si trasforma per lui in un’opportunità. Durante la prigionia, scrive il Mein Kampf (“La mia battaglia”), un libro che mescola autobiografia e programma politico. Qui sviluppa la sua ideologia, basata su quattro pilastri fondamentali: nazionalismo estremo, con l’idea di una Germania “pura” e forte, libera dai vincoli imposti dalla pace di Versailles; antibolscevismo, con l’odio verso il comunismo e il desiderio di distruggere l’Unione Sovietica; antisemitismo radicale, che vede negli ebrei il principale nemico della nazione tedesca; revisione economica, con promesse vaghe di riforme che attraggono il ceto medio impoverito dalla crisi.

Dopo il carcere, Hitler cambia strategia: capisce che il potere non si può prendere con un colpo di Stato, ma attraverso il sistema politico. Così, riorganizza il partito e punta tutto sulla via elettorale. Ma all’inizio gli esiti sono deludenti. La vera svolta arriva nel 1929, con la crisi economica mondiale causata dal crollo della Borsa di Wall Street. In Germania, la disoccupazione esplode: si passa da 4 milioni a 13 milioni di disoccupati in pochi anni. Nel caos della Repubblica di Weimar, il nazismo diventa una risposta per molti tedeschi disperati. Alle elezioni del 1930, l’NSDAP ottiene 6,5 milioni di voti (il 18,3%), diventando il secondo partito del Paese. Il successo si deve a una campagna elettorale martellante, costruita attorno alla figura di Hitler: nei suoi comizi, non propone un programma concreto, ma una visione, una promessa di rinascita nazionale e di rivincita contro chi ha umiliato la Germania. La sua strategia è efficace: da un lato, attira gli operai, presentandosi come alternativa al comunismo, dall’altro conquista il favore della borghesia e delle élite industriali, spaventate dalla possibile ascesa dei socialisti. Il suo messaggio è volutamente ambiguo: Hitler promette tutto a tutti, ma il vero obiettivo resta quello di prendere il potere.


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