Fuori nevica. La città è silenziosa, grigia, provata. Le strade sono piene di fango gelato, i tram non passano più da settimane, e dentro i palazzi di pietra la gente si scalda come può. Hai fame, freddo, paura. Eppure sei in quello che un tempo era uno dei cuori pulsanti della Russia imperiale: San Pietroburgo, che verrà ribattezzata, durante il periodo sovietico, Leningrado, in onore di Lenin. Siamo nel 1922, e la città, come tutta la Russia, sta cercando di rialzarsi dopo anni di guerra, rivoluzione e caos.
Che cosa è successo? Dopo la rivoluzione del 1917, i comunisti, guidati da Lenin, hanno preso il potere. Ma non è stata una passeggiata. Subito dopo è esplosa una guerra civile spietata, tra i “rossi”, cioè i comunisti, e i “bianchi”, cioè tutti quelli che volevano restaurare il vecchio ordine: zaristi, aristocratici, generali, stranieri. L’esercito bianco è forte, ma diviso. I comunisti, invece, hanno un vantaggio: parlano ai contadini e agli operai. E riescono a creare, quasi dal nulla, un esercito che diventa presto l’Armata Rossa.
Tra il 1918 e il 1920, la guerra travolge tutto. La Russia sovietica si ritrova accerchiata, ridotta a un pezzo di territorio tra gli Urali e il Baltico. Leningrado sembra una fortezza isolata. Ma alla fine, i comunisti vincono. Ma a quale prezzo?
Per vincere, i comunisti adottano una strategia durissima, che passerà alla storia come comunismo di guerra. In pratica, lo Stato prende il controllo totale della produzione: tutte le fabbriche vengono nazionalizzate, il mercato viene abolito, i prezzi non si decidono più tra chi compra e chi vende, ma dall’alto. Il grano? Requisito con la forza ai contadini per sfamare le città e l’esercito. Chi protesta, rischia la vita. Il risultato è una dittatura economica, giustificata come temporanea, ma pesante da sopportare.
E infatti, a un certo punto, qualcosa si rompe. Lenin capisce che non si può andare avanti così. Così nel 1921 lancia una nuova strategia, che chiama NEP, Nuova Politica Economica. È una svolta pragmatica: si torna, almeno in parte, al mercato. I contadini possono vendere i loro prodotti, le piccole imprese private tornano a esistere. È una ritirata dal comunismo di guerra.
Ma attenzione: non è un addio all’idea comunista. È solo una pausa, necessaria per sopravvivere. E intanto, lo Stato inizia a pianificare il futuro. Nascono organismi nuovi, come la Commissione per l’elettrificazione della Russia, che vuole modernizzare il paese, o la Commissione statale di pianificazione, che comincia a immaginare un’economia completamente diretta dall’alto.
Il sogno è chiaro: trasformare un paese agricolo in una potenza industriale, guidata non dal mercato ma dalla volontà collettiva. La NEP, però, sembra quasi una parentesi, un compromesso. Un momento di respiro, soprattutto per i contadini, che per qualche anno tornano a coltivare e commerciare con un po’ più di libertà.
I risultati arriveranno: già nel 1926, la produzione industriale ha raggiunto i livelli di prima della guerra. Il paese però resta rurale, arretrato, spaccato tra sogni rivoluzionari e realtà quotidiane.

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