Prima del 1914, la pace era considerata una certezza nella vita degli europei. Dal 1815 non c’erano più state guerre che coinvolgessero tutte le grandi potenze, e dal 1871 nessun esercito europeo aveva sparato contro un altro. Le grandi potenze preferivano scegliersi nemici deboli, spesso lontani, fuori dall’Europa, per dimostrare la loro forza.
Ma nei Balcani, le cose erano molto diverse. Questa regione, che faceva parte del vecchio e fragile Impero Ottomano, era sempre sull’orlo del caos. Qui, i popoli soggetti all’impero lottavano per diventare indipendenti o per allargare i loro confini, e quando ci riuscivano… iniziavano a combattersi tra loro! Questo trascinava spesso le grandi potenze nei conflitti, al punto che i Balcani venivano chiamati la “polveriera d’Europa”. E non a caso, proprio lì scoppiò la miccia che fece esplodere la Prima Guerra Mondiale.
La cosiddetta “Questione d’Oriente”, ovvero la situazione di crisi permanente nell’Impero Ottomano, era un argomento ben noto alla diplomazia internazionale. Per un secolo aveva provocato tensioni e persino guerre, come quella di Crimea, ma fino a quel momento le grandi potenze erano sempre riuscite a tenere sotto controllo la situazione. Per molti europei, i Balcani erano quasi un “mondo esotico”, un luogo di avventure e leggende, più vicino a una storia d’avventura che a una minaccia concreta.
Le cose cambiarono nel 1908, quando la rivoluzione turca destabilizzò ulteriormente il Vicino Oriente. L’Austria ne approfittò per annettere la Bosnia-Erzegovina, una regione che aveva già amministrato, ma non governato ufficialmente. Questo gesto provocò una crisi con la Russia, risolta solo grazie al sostegno della Germania all’Austria.
Intanto, l’Impero Ottomano continuava a crollare. Nel 1911, l’Italia attaccò la Libia, mentre l’anno dopo Serbia, Bulgaria e Grecia si allearono per cacciare i turchi dalla penisola balcanica. Le grandi potenze osservarono da lontano, spaventate dall’idea di essere trascinate in problemi incontrollabili. Nel 1913, una seconda guerra tra gli stati balcanici vincitori ridisegnò la mappa della regione, e il massimo che le grandi potenze riuscirono a fare fu creare uno stato indipendente in Albania, governato da un principe tedesco (anche se molti albanesi avrebbero preferito un aristocratico inglese!).
In questo contesto, l’Austria-Ungheria si trovava in una posizione molto difficile. Da tempo l’impero era lacerato da problemi interni, ma quelli legati agli slavi meridionali sembravano i più gravi. Perché?
Primo, perché gli slavi meridionali complicavano le cose più di altre nazionalità nell’impero: non solo cercavano vantaggi politici e culturali, ma la loro presenza era divisa tra il governo di Vienna, più aperto, e quello di Budapest, rigidamente impegnato a “magiarizzare” chiunque. Questo aggravava i già tesi rapporti tra le due metà dell’impero.
Secondo, il problema degli slavi non si fermava ai confini austriaci. La Serbia, già indipendente, e il piccolo Montenegro rappresentavano un esempio e un sostegno per gli slavi che vivevano sotto il dominio asburgico, alimentando agitazioni e tensioni.
Terzo, il crollo dell’Impero Ottomano minacciava direttamente l’Austria-Ungheria. Se l’impero non fosse riuscito a dimostrare la sua forza nei Balcani, avrebbe perso tutta la sua credibilità come grande potenza.

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