Immagina la scena: una città ottocentesca in piena espansione industriale. Fumo nero che esce dai camini delle fabbriche, rumori di macchinari che martellano a ogni ora, bambini scalzi che corrono tra le pozzanghere d’acqua sporca. Le case? Minuscole, buie, affollate. I bagni sono un lusso raro. L’acqua potabile scarseggia. Le fogne, spesso, non ci sono. E così, tra miseria e sporcizia, tornano anche i vecchi nemici invisibili: colera, tifo, epidemie che si diffondono rapide, veicolate dall’acqua e dalla fame.
Benvenuto nel mondo degli operai, la nuova classe sociale nata con l’industria. Un mondo fatto di fatica, orari impossibili, lavoro ripetitivo e poca voce in capitolo. Il padrone decide: quando entri, quando esci, se prendi la multa, se vieni licenziato. E a volte decide anche dove vivi e dove fai la spesa: ci sono zone dove l’operaio abita nelle case fornite dalla fabbrica, compra nel negozio del padrone, come in una realtà chiusa, dove tutto ruota intorno al lavoro. Un po’ fabbrica, un po’ gabbia.
In teoria, per un ragazzo di campagna questa vita poteva sembrare un’opportunità: niente più aratri, niente più servitù. E in alcune aree dell’Europa, dove esisteva un certo paternalismo industriale, il padrone si presentava come “protettore”: offriva istruzione, cure mediche, magari una biblioteca. Ma, nei fatti, la fabbrica sembrava spesso una prigione, e per molti uomini liberi, entrarci significava perdere sé stessi. Non a caso, i proprietari preferivano donne e bambini: meno resistenti, più disciplinati, meno costosi.
Se sei povero, non hai alternative. Se protesti, rischi il lavoro. Se resisti, vieni sostituito. Così, giorno dopo giorno, inizia a formarsi una coscienza nuova: quella di appartenere a un gruppo che condivide la stessa fatica, gli stessi soprusi, la stessa solitudine. Gli operai cominciano a capire che c’è un sistema che li schiaccia.
E allora nasce una nuova parola: proletariato. È il nome dato a chi non possiede nulla, tranne i propri figli (“prole”, appunto). Non si parla più genericamente di “poveri” contro “ricchi”, ma di classe lavoratrice contro classe capitalista. Ed ecco che compare un’altra parola chiave: socialismo. Una società diversa, pensata dagli operai per gli operai. Non più basata sulla concorrenza e sul profitto, ma sulla cooperazione. Non più sulla proprietà privata, ma sulla condivisione dei mezzi di produzione. Nel giro di pochi anni, la coscienza operaia si organizza. Nascono i primi sindacati, le società di mutuo soccorso, le cooperative, i giornali dei lavoratori, le scuole serali popolari.
Nel 1848, due giovani tedeschi, Karl Marx e Friedrich Engels, mettono nero su bianco questa idea: scrivono il Manifesto del Partito Comunista, un libretto che diventa esplosivo. È un programma per una rivoluzione: quella che avrebbe cancellato le disuguaglianze, reso tutti uguali davanti al lavoro, eliminato le differenze tra padroni e lavoratori. E nel 1864 prende vita la Prima Internazionale, l’Associazione Internazionale degli Operai voluta da Marx.
Ma possiamo davvero parlare di una classe unica? Gli operai non sono tutti uguali. Alcuni arrivano dalla campagna, altri hanno fatto gli artigiani, altri ancora parlano lingue diverse o hanno usanze differenti. Eppure, qualcosa li unisce: il lavoro manuale, il salario, la dipendenza dal padrone. Ma soprattutto, li unisce l’esperienza della fabbrica, che giorno dopo giorno scolpisce anche un modo comune di vivere, di pensare, di sperare. Non è solo una questione economica, nasce un’identità nuova, alla base di tutte le lotte dei lavoratori: per l’orario di lavoro, per il diritto allo sciopero, per l’istruzione pubblica, per la sicurezza sul lavoro.

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