Ovunque nel resto d’Italia, i tentativi rivoluzionari del 1848 sono stati stroncati, le voci di libertà messe a tacere. Ma in Piemonte, questo non è accaduto: qui, la costituzione è ancora viva, e tanti patrioti, in fuga dagli altri stati, trovano rifugio e una nuova casa. È come se il Piemonte fosse l’ultimo baluardo di un’Italia che non si arrende.
A guidare questa visione è il conte Camillo Benso di Cavour, che entra nel governo piemontese nel 1850 come ministro dell’Agricoltura, del Commercio e della Marina. Il suo obiettivo è chiaro: rendere il Regno di Sardegna non solo un rifugio per i patrioti, ma un modello di sviluppo e libertà per tutta la penisola.
Cavour porta avanti una serie di riforme che trasformano il Piemonte. Riduce i dazi doganali, firmando trattati commerciali con Francia, Belgio e Inghilterra, e promuove la costruzione di ferrovie, nuove fabbriche e istituzioni creditizie. Sotto la sua guida, il Piemonte si modernizza a un ritmo senza precedenti, e il sogno di un’Italia unita e prospera sembra possibile.
Ma Cavour sa bene che un piccolo regno non può affrontare da solo l’egemonia austriaca, che domina il Nord Italia. Per questo, guarda alla Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, che nel 1851 ha consolidato il proprio potere con un colpo di stato. In molti temono che questa svolta autoritaria possa influenzare anche il Piemonte, limitandone le libertà costituzionali. Ma Cavour ha un piano: un’alleanza con la Francia potrebbe essere l’occasione per far sì che il Piemonte guidi l’Italia verso l’indipendenza.
Nel 1855, Cavour coglie un’opportunità d’oro. In Crimea è scoppiato un conflitto tra Russia e un’alleanza di Francia, Inghilterra e Impero Ottomano. Cavour decide di mandare un corpo di spedizione piemontese, schierando il piccolo esercito del Regno di Sardegna a fianco delle grandi potenze europee. È una mossa rischiosa, ma porta frutti: il Piemonte ottiene un posto al tavolo delle trattative di pace.
Al Congresso di Parigi del 1856, Cavour riesce a far parlare della “questione italiana”, attirando l’attenzione dell’Europa sulla situazione della penisola. Non è ancora l’unità, ma è un passo fondamentale verso il riconoscimento internazionale della causa italiana.
Nel 1858 Cavour incontrò l’imperatore francese Napoleone III si incontrano segretamente nella tranquilla cittadina di Plombières, famosa per le sue terme. Napoleone promette che la Francia aiuterà il Piemonte in una guerra contro l’Austria, che domina ancora gran parte dell’Italia del nord. In cambio, il Piemonte dovrà cedere alla Francia Nizza e Savoia. Questo accordo segreto getta le basi per un grande progetto: unire l’Italia sotto la guida del Piemonte e liberarla dall’influenza straniera.
Intanto, la tensione cresce. Nel 1859, il re Vittorio Emanuele II pronuncia il famoso “grido di dolore”: un appello agli italiani oppressi perché si uniscano alla causa della libertà. Con l’aiuto della Francia ormai assicurato, il Piemonte si prepara alla battaglia. L’esercito si mobilita e da ogni angolo d’Italia arrivano volontari: giovani pieni di speranza, disposti a rischiare tutto per vedere la loro patria libera.
Ad aprile del 1859, l’Austria lancia un ultimatum al Piemonte, chiedendo che si smobiliti l’esercito. Quando il Piemonte rifiuta, la guerra è inevitabile. Le truppe austriache avanzano, ma presto si trovano a combattere contro un esercito ben organizzato, sostenuto dalla Francia. Le battaglie si susseguono, e il conflitto si rivela sanguinoso e devastante. Tra gli scontri più importanti c’è quello di Solferino e San Martino, il 24 giugno 1859: migliaia di soldati francesi, piemontesi e austriaci si affrontano in combattimenti feroci. La vittoria del fronte franco-piemontese apre le porte di Milano.

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