In storia, la parola Restaurazione significa il ritorno delle autorità che “per tradizione” reggevano un paese. Il periodo va dal Congresso di Vienna (1815) fino alle rivoluzioni del 1848: un lungo tentativo di “riavvolgere il nastro” fino a prima della Rivoluzione francese, mentre però in giro per l’Europa molte persone si sono ormai abituate a parole nuove: libertà, uguaglianza, fraternità.
A Vienna i leader delle cinque grandi potenze europee (Russia, Gran Bretagna, Francia, Austria e Prussia) cercarono di ridisegnare l’Europa in modo da evitare altri cataclismi intorno a due concetti chiave equilibrio e legittimità. Equilibrio voleva dire impedire che una sola potenza diventasse troppo forte; legittimità voleva dire rimettere sul trono i sovrani deposti da Napoleone, come se la parentesi rivoluzionaria fosse stato un brutto sogno. Così i confini si ridisegnarono, spesso ignorando la volontà delle popolazioni, e molti vecchi monarchi tornarono al loro posto.
La Gran Bretagna non cercò terre in Europa: le bastarono punti chiave per il commercio, come Malta e le Isole Ionie. La Russia si allargò verso nord e est (Finlandia, Bessarabia, gran parte della Polonia) e soprattutto volle spegnere sul nascere nuove rivoluzioni: ecco l’idea della Santa Alleanza, proposta dallo zar Alessandro I, un patto tra sovrani per mantenere l’ordine, subito abbracciato da Austria e Prussia, mentrela Gran Bretagna rimase più defilata. La Prussia uscì rafforzata, con territori come la Renania, regione dal grande potenziale economico più. Nel frattempo, si aprì la questione d’Oriente: l’Impero ottomano era in difficoltà, e la sua debolezza portò a instabilità nella regione.
E l’Italia? Qui l’Austria divenne il “poliziotto” della penisola: riottenne i suoi domini e controllò le province del Lombardo-Veneto, fondamentali per tenere tutto fermo. L’impero asburgico era un mosaico di popoli e lingue: ogni scossa rischiava di far tremare l’intero edificio. Ma sotto il pavimento qualcosa bruciava. Le idee di indipendenza e unità continuavano a circolare. A opporsi all’ordine restaurato furono soprattutto i borghesi (commercianti, artigiani, professionisti, intellettuali) che avevano assaggiato gli ideali rivoluzionari e non riuscivano più a tornare indietro.
Il fragile equilibrio disegnato a Vienna iniziò a incrinarsi con i moti, movimenti rivoluzionari che diedero vita a continue rivolte. Il primo scossone ci fu nel 1820–21. In Spagna ufficiali e civili chiesero il ritorno alla Costituzione del 1812. In Italia, nel Regno delle Due Sicilie, Napoli e Palermo diventarono epicentri di proteste liberali e sogni di riforma. Le grandi potenze intervennero e spensero il fuoco, ma la brace rimase: l’idea liberale e nazionale aveva messo radici.
Intanto, tra 1821 e 1830, la Grecia combatté per l’indipendenza dagli Ottomani. Arrivarono i filoellenici, europei entusiasti che vedevano in quella lotta un simbolo di libertà; tra loro ci fu anche Lord Byron, che morì per la causa. L’intervento di Russia e Gran Bretagna aiutò i Greci: la loro vittoria divenne un faro per altri popoli. Sull’altra sponda dell’Atlantico, tra 1810 e 1825, l’America Latina si liberò dal dominio spagnolo e portoghese: figure come Simón Bolívar e José de San Martín guidarono la nascita di nuovi stati (Messico, Perù, Venezuela) dando al mondo un altro segnale che i tempi stavano cambiando.
Nel 1830 la miccia corse veloce: in Francia a luglio fu cacciato re Carlo X e salì al trono Luigi Filippo con una monarchia costituzionale. L’onda arrivò in Belgio, in Polonia, fino ad alcune città del Nord Italia. Non tutto riuscì, molto venne represso, ma il messaggio fu chiaro: lo spirito della libertà non era un capriccio passeggero.
Poi arrivò il 1848, la Primavera dei Popoli. Stavolta non scesero in piazza solo i borghesi, ma anche contadini e operai. In Francia nacque la Seconda Repubblica; in Germania si discusse seriamente di unificazione; l’Impero asburgico venne scosso dalle richieste: gli Ungheresi vollero indipendenza, Cechi e altri popoli chiesero maggiore autonomia. Non tutte le rivoluzioni vinsero, ma ormai l’Europa aveva cambiato voce.

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