Nella seconda metà del Settecento, nel Nord America nacque qualcosa di completamente nuovo: gli Stati Uniti d’America. Un Paese che, per la prima volta, cercava di costruire uno Stato democratico e repubblicano ispirato direttamente alle idee dell’Illuminismo e, in particolare, a quelle di Jean-Jacques Rousseau. Ma cominciamo dall’inizio. Gli Stati Uniti non nacquero dal nulla: erano colonie inglesi che si trovavano in Nord America e che, a un certo punto, decisero di dire basta alla madrepatria, l’Inghilterra. Prima di arrivare alla rivoluzione, però, facciamo un salto indietro per capire chi fossero queste colonie.
Le colonie britanniche in America si distinguevano da quelle spagnole o portoghesi per alcune caratteristiche uniche: poca autorità del re, grande spazio disponibile, proprietà diffusa, mobilità sociale, una popolazione in forte crescita e un certo spirito di uguaglianza che, in futuro, avrebbe fatto la differenza. Era un mondo dinamico, molto più simile a quello che poi nascerà in Australia o Nuova Zelanda.
Un altro elemento importante fu la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, che aveva affermato tre principi fondamentali: niente potere arbitrario, tolleranza religiosa e rappresentanza politica. Queste idee rimasero ben vive nelle colonie, dove già da tempo esistevano assemblee locali, come in Virginia o nelle Bermuda.
Ma ciò che davvero cambiò tutto fu la crescita spettacolare della popolazione. Alla vigilia della rivoluzione americana, le colonie erano passate da 400.000 a 3,3 milioni di abitanti, quasi la metà della popolazione britannica dell’epoca. Una vera esplosione demografica. Gente da tutta Europa — tedeschi, scozzesi, irlandesi — arrivava in cerca di fortuna o libertà. Alcuni erano immigrati liberi, altri servitori a contratto, e poi c’erano gli africani ridotti in schiavitù, deportati con la forza per lavorare nelle piantagioni. Un mondo pieno di contraddizioni: mentre alcuni cercavano la libertà religiosa o la possibilità di votare i propri rappresentanti, altri venivano strappati alla loro terra per vivere in servitù. Con il continuo arrivo di coloni, il confine si spostava sempre più verso ovest, nelle cosiddette “zone di intensa interazione” con i nativi americani, generando migrazioni e spostamenti anche tra le popolazioni indigene.
Naturalmente, ogni regione aveva il suo stile. Il New England (Massachusetts, Connecticut, Rhode Island, New Hampshire) cresceva grazie alla natalità, non all’immigrazione. Qui la schiavitù era marginale, ma l’economia dipendeva comunque dalle piantagioni dei Caraibi, a cui forniva legname, pesce e grano, in cambio di zucchero e credito.
Più a sud, nel Chesapeake (Maryland e Virginia), si coltivava tabacco da esportare in Europa. Inizialmente si usavano servitori bianchi, ma poi il sistema divenne schiavista, anche se meno redditizio rispetto alle isole caraibiche. La terra era tanta, e il tabacco rovinava il suolo, quindi i piantatori erano sempre affamati di nuovi territori.
Le colonie centrali, come New York e Pennsylvania, erano più simili al New England, ma attiravano anche olandesi, scozzesi e tedeschi, e crescevano rapidamente. Anche qui, nonostante pochi schiavi, l’economia era connessa al commercio atlantico e schiavista.
Infine, nel Sud inferiore, in particolare in Carolina del Sud e Georgia, il modello era quasi identico a quello delle isole caraibiche: piantagioni gigantesche, coltivazioni di riso al posto dello zucchero, e tantissimi schiavi africani.

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