Per i filosofi del Settecento, la libertà non doveva essere solo politica o religiosa, ma anche libertà di lavorare, commerciare, investire. E questa visione prese un nome preciso: liberismo, cioè l’idea che l’economia, soprattutto il commercio, funzioni meglio con il minor numero possibile di vincoli e controlli da parte dello Stato. Un principio che ancora oggi influenza la politica economica di molti Paesi, Italia compresa.
Il grande “regista” di questa filosofia fu Adam Smith, scozzese, vissuto nella seconda metà del ’700, considerato il fondatore dell’economia politica, cioè lo studio scientifico dell’economia. Nel 1776 pubblicò un’opera dal titolo lungo, Un’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, abbreviata spesso in La ricchezza delle nazioni, destinata a cambiare per sempre il modo di pensare l’economia.
Il libro di Smith affrontava tre grandi questioni: Cosa motiva davvero le persone nell’attività economica? Cosa determina i prezzi e la distribuzione di ricchezza e reddito? Quali politiche dovrebbe adottare lo Stato per favorire il progresso e la prosperità?
Le sue risposte furono rivoluzionarie. Alla prima domanda, Smith diede una risposta netta: l’interesse personale è la spinta principale dell’attività economica. In passato, l’idea di arricchirsi per sé era vista con sospetto, soprattutto per l’influenza della morale cristiana. Smith, invece, ribaltò la prospettiva: perseguendo il proprio vantaggio, le persone finiscono, quasi senza volerlo, per favorire anche il bene collettivo, come se fossero guidate da una “mano invisibile”.
Sul piano delle politiche pubbliche, Smith difese con forza i vantaggi del libero commercio interno e internazionale. Attaccò la vecchia idea secondo cui la ricchezza di una nazione si misurava dall’accumulo di oro e argento: per lui contava la produzione complessiva. Riteneva che le esportazioni avrebbero portato in circolazione abbastanza denaro per mantenere un’economia prospera, con prezzi bassi e abbondanza di beni grazie alla concorrenza.
Non era però un fanatico del mercato “puro”: ammetteva eccezioni, ad esempio per proteggere industrie fondamentali alla difesa nazionale o come ritorsione contro dazi stranieri. Inoltre, pensava che, se dovevano essere tolti dei dazi, era meglio farlo gradualmente, così da dare tempo alle imprese di adattarsi.
Smith si oppose a qualsiasi restrizione al commercio: privilegi, concessioni statali di monopolio, unioni di imprenditori o lavoratori che ostacolassero la concorrenza. Notò però che le leggi contro i sindacati erano molto più frequenti di quelle contro le associazioni di datori di lavoro.
La sua eredità più duratura fu la convinzione, oggi quasi universale, che la concorrenza sia preferibile al monopolio. Certo, pensava alle piccole imprese a conduzione diretta tipiche del suo tempo, non alle gigantesche multinazionali di oggi.
Quanto allo Stato, lo voleva “leggero” e parsimonioso: difesa, opere pubbliche, giustizia. Le tasse? Poche, certe, proporzionate al reddito e facili da riscuotere. Per il resto, meglio lasciare spazio all’iniziativa privata.
Il pensiero di Smith tracciò così la mappa dell’economia classica, basata sul cosiddetto laissez-faire, il “lasciar fare” agli imprenditori” e la libera concorrenza, e gli economisti successivi presero tutti spunto da lui.

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