C’era una volta un’epoca in cui gli intellettuali, gli studiosi e i filosofi iniziarono a credere che la ragione fosse la chiave per sconfiggere l’ignoranza. Fu così che chiamarono quel periodo Illuminismo, come se accendessero una grande lampada nel buio della superstizione. Il XVIII secolo vide il trionfo di una nuova élite di pensatori, i cosiddetti hommes de lettres, che presero il posto dei nobili e dei sovrani nel ruolo di guida intellettuale dell’umanità.
Ma facciamo un passo indietro. Questo processo era iniziato molto prima, nel Rinascimento, quando studiosi come Francesco Barbaro e Poggio Bracciolini avevano inventato l’idea della Repubblica delle lettere, un mondo senza confini fatto di libri, lettere e discussioni. Poi arrivò la stampa di Gutenberg, e le idee iniziarono a viaggiare più velocemente dei cavalli dei re. Pian piano nacque una comunità di scrittori, scienziati e filosofi che si riconoscevano come un’unica grande famiglia, con l’ambizione di cambiare il mondo attraverso la conoscenza. Questa “Repubblica delle lettere” era un’utopia affascinante: immaginate una sorta di internet ante litteram, ma fatto di lettere, accademie e salotti. Gli scienziati e i filosofi si scambiavano idee e sognavano un sapere libero, senza confini. Una Repubblica delle lettere dai caratteri straordinariamente originali capace di porsi persino al di sopra della guerra civile e religiosa che insanguinò tragicamente l’Europa per oltre due secoli invocando pace e tolleranza. Una mai vista “nazione di letterati”, che si contrapponeva frontalmente al modello dell’assolutismo confessionale e politico.
Nel Settecento, la nuova élite intellettuale crebbe a dismisura, alimentata da un consumo culturale in costante espansione e dalla nascita dell’opinione pubblica. L’industria editoriale europea conobbe un vero e proprio boom: basti pensare che in Inghilterra si passò dai 21.000 titoli pubblicati nel primo decennio del secolo ai 65.000 degli anni Novanta. Gli illuministi diffondevano le loro idee attraverso le logge massoniche, il circuito accademico, i salotti, i periodici e le gazzette di tutta Europa.
Questo sviluppo favorì il consolidarsi di una coscienza collettiva tra gli intellettuali, che iniziarono a interrogarsi sul proprio ruolo nella società: quale doveva essere il destino della Repubblica delle lettere? Quali i suoi compiti? Quale la sua vera identità sociale e politica? Non c’è dubbio che l’ultimo quarto del Settecento segnò il trionfo del potere intellettuale e la sua definitiva politicizzazione.
Oggi sappiamo che l’attacco mirato e dissacrante al potere religioso, portato avanti dai primi illuministi d’oltremanica, fu il risultato di un lungo percorso. Le radici più profonde di questa battaglia intellettuale affondavano proprio nel cuore della Cristianità, in Italia, nella patria di Galileo, Giordano Bruno, e Campanella. Nonostante la repressione, in Italia si era sviluppata una forma di resistenza culturale basata sulla teoria della dissimulazione onesta e della critica radicale alle religioni. Filosofi e pensatori rinascimentali come Pomponazzi e Machiavelli misero in discussione dogmi secolari, smascherando miracoli, superstizioni e rivelando, nei testi sacri, la mano dell’uomo dietro la narrazione del divino.

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