Se c’è una cosa che i re assoluti non sopportavano, era qualcuno che dicesse loro cosa potevano o non potevano fare. Eppure, in Inghilterra, già dal 1215 (ti ricordi la Magna Charta e Giovanni Senza Terra?) si era affacciata l’idea che il sovrano non potesse fare proprio tutto quello che gli passava per la testa, ma che dovesse chiedere il permesso al Parlamento per esigere nuove tasse. Questa idea prese sempre più forza nel Seicento, dopo due rivoluzioni e un tentativo fallito di instaurare l’Assolutismo anche in terra inglese.

Tutto iniziò nel 1603, quando morì Elisabetta I senza lasciare eredi diretti. Sul trono salì Giacomo I Stuart, che si dedicò a: distribuire titoli nobiliari come se fossero caramelle; rafforzare l’autorità della Chiesa anglicana; aumentare le tasse, facendo infuriare i sudditi.

Le cose non migliorarono con il figlio, Carlo I Stuart, che prese decisioni ancora più impopolari: ignorò il Parlamento, impose tasse senza consultarlo, spese fortune per mantenere uno stile di vita sfarzoso e perseguitò le minoranze religiose.

Quando anche la Scozia si ribellò e invase l’Inghilterra, Carlo fu costretto a convocare il Parlamento. Ma ormai era troppo tardi: i membri della Camera dei Comuni erano fortemente contro la politica del sovrano. La tensione aumentò con la rivolta cattolica in Irlanda, alimentando il sospetto che ci fosse un complotto “papista” in corso. A questo punto, Carlo tentò un colpo di Stato, ma fallì. E così scoppiò la Guerra civile inglese (1642), che vide contrapposti i sostenitori del re e quelli del Parlamento.

Qui entra in scena Oliver Cromwell, un comandante abile e senza troppi scrupoli, che portò i parlamentari alla vittoria. Ma tra i vincitori c’erano molte divisioni: c’erano i più moderati, che volevano ancora trovare un accordo con il re, e i radicali, che volevano sbarazzarsene per sempre. Nel 1648, Cromwell decise che la diplomazia non era la sua specialità: fece arrestare Carlo I, lo fece processare e nel 1649 lo fece giustiziare.

Con il re fuori dai giochi, Cromwell proclamò la Repubblica. Ma, anziché instaurare un governo democratico, concentrò tutto il potere nelle sue mani, trasformandosi in un vero e proprio dittatore militare. Governò con pugno di ferro, reprimendo con violenza le rivolte in Irlanda e Scozia. Sul piano economico, però, rafforzò il commercio inglese con l’Atto di Navigazione e varie alleanze internazionali.

Alla sua morte, però, nessuno riuscì a mantenere il controllo come lui. Nel 1660, il Parlamento decise di restaurare la monarchia e richiamò sul trono Carlo II Stuart, figlio del re giustiziato. Per qualche anno sembrò tornare la calma, ma ben presto le tensioni ripresero: il Parlamento, diffidando della politica filo-francese e filo-cattolica del re, approvò leggi per escludere i non anglicani dalle cariche pubbliche.

Il problema della successione creò due fazioni politiche opposte: i Tories, favorevoli a Giacomo II, fratello di Carlo II; i Whigs, che invece volevano impedirgli di salire al trono.

Quando Giacomo II divenne re nel 1685 e adottò una politica filo-cattolica, perse rapidamente il sostegno della popolazione. Nel 1688, il Parlamento prese una decisione drastica: offrì la corona a Guglielmo d’Orange e a sua moglie Maria Stuart, figlia di Giacomo II. Il re, abbandonato da tutti, fuggì senza combattere: fu la cosiddetta Gloriosa Rivoluzione, che segnò la fine dell’assolutismo in Inghilterra.

Con l’arrivo di Guglielmo e Maria, nacque la monarchia costituzionale. Il potere del re venne definitivamente limitato da una serie di leggi, tra cui il Bill of Rights (1689), che stabiliva il ruolo centrale del Parlamento nel governo del paese. Questa rivoluzione influenzò profondamente il pensiero politico dell’epoca. Thomas Hobbes difendeva ancora l’idea di un governo forte e assoluto, mentre John Locke elaborò le basi del liberalismo, sostenendo che il potere doveva essere limitato e garantire i diritti fondamentali dei cittadini.


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