È il 1643. Siamo ad Agra, nell’India settentrionale, sulle rive del fiume Yamuna. Superato un enorme portale di pietra, davanti a noi si apre un giardino attraversato dall’acqua. In fondo un edificio gigantesco di marmo risplende sotto il sole. Una cupola domina il paesaggio e quattro sottili torri si alzano ai suoi lati. Siamo davanti al Taj Mahal. Oggi è il monumento più famoso dell’India; nel Seicento era anche la prova visibile della potenza, della ricchezza e della raffinatezza dell’Impero Moghul.

I lavori erano cominciati nel gennaio del 1632, pochi mesi dopo la morte di Mumtaz Mahal, la moglie preferita dell’imperatore Shah Jahan. Il nome Taj Mahal deriva proprio da quello della donna alla quale il monumento era dedicato. La costruzione principale richiese circa undici anni e costò la cifra enorme di cinque milioni di rupie, la moneta utilizzata in India. Secondo la tradizione, fu lo stesso Shah Jahan a fornire l’ispirazione e il progetto generale, mentre architetti e artigiani si occuparono di trasformarlo in realtà.

L’obiettivo era straordinariamente ambizioso: ricreare sulla Terra la dimora di Mumtaz Mahal nel Giardino del Paradiso, secondo l’idea musulmana del Paradiso. Per farlo, Shah Jahan unì la tradizione delle tombe moghul, cioè i grandi monumenti funerari costruiti per i sovrani e le loro famiglie, con lo stile degli edifici e dei giardini già presenti ad Agra.

C’era però un problema da risolvere: la tradizione religiosa musulmana insisteva sull’umiltà dell’essere umano davanti a Dio e una gigantesca tomba imperiale poteva andare contro questa idea. Shah Jahan scelse comunque la monumentalità. Al centro del complesso fece costruire una grande cupola a bulbo, ossia dalla forma larga e arrotondata, simile a quella di una cipolla, circondata da quattro cupole più piccole.

Per raggiungere il Taj Mahal dobbiamo prima attraversare il grande portale d’ingresso, alto circa 30 metri. Sulle sue pareti compaiono versetti del Corano, ossia frasi tratte dal libro sacro dell’Islam, tracciati con eleganti caratteri arabi neri. Superato il portale, si apre un grande giardino, attraversato al centro da una lunga vasca d’acqua nella quale il marmo bianco del mausoleo si riflette come in uno specchio.

In fondo, sopra un’alta piattaforma quadrata di marmo, sorge il mausoleo, ossia un grande edificio costruito per ospitare una tomba, di Mumtaz Mahal: è questa la costruzione che normalmente chiamiamo Taj Mahal. Ai quattro angoli della piattaforma si innalzano altrettanti minareti, alte torri tipiche dell’architettura musulmana, ciascuno diviso in quattro piani.

Avvicinandoci, il bianco dell’edificio rivela una quantità sorprendente di dettagli. L’esterno del mausoleo è interamente rivestito di marmo bianco, nel quale sono inseriti intarsi di pietre colorate, ossia decorazioni ottenute inserendo pietre di colori diversi nella superficie del marmo. Come nel portale d’ingresso, anche sulle pareti della tomba compaiono versetti del Corano, trasformati in decorazione con un’elegante calligrafia.

Il Taj Mahal, quindi, non era soltanto la tomba costruita da un imperatore per la donna che aveva amato. Era un intero paesaggio progettato per dare un’immagine del Paradiso, nel quale giardini, acqua, marmo, scrittura e architettura servivano tutti per lo stesso scopo. E proprio per questo il monumento raccontava anche qualcosa dell’impero che lo aveva costruito: un Impero Moghul abbastanza ricco e potente da trasformare il dolore di un sovrano in un’opera monumentale destinata a durare nei secoli.


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