7.6 Parola chiave: Comune

Oggi usi spesso la parola “comune”: indica qualcosa che appartiene a tutti, come i beni comuni o gli interessi comuni, ma anche l’ente amministrativo locale guidato da un sindaco. Nel Basso Medioevo, però, il termine aveva un significato più forte: indicava una comunità di cittadini che si governava da sola. Possiamo chiamarlo anche autogoverno, cioè la capacità di una città di amministrarsi senza dipendere direttamente da un re o da un imperatore.

In teoria, infatti, le città italiane facevano parte dell’Impero. Molte dipendevano dal Sacro Romano Impero, mentre altre città, come Venezia, dall’Impero romano d’Oriente. In pratica, però, questi imperatori erano lontani e controllavano poco il territorio. Le città seppero approfittarne e iniziarono a governarsi da sole. Così nacquero i Comuni, soprattutto dall’XI secolo, nell’Italia settentrionale e in Toscana.

All’inizio, il potere nelle città era nelle mani dei vescovi, figure religiose ma anche politiche. Tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, però, la loro autorità si indebolì. Sempre più spesso furono i cittadini stessi a prendere in mano il governo delle città.

Chi erano questi cittadini? Non tutti, ma soprattutto i più ricchi: mercanti, artigiani, armatori (proprietari di navi) e proprietari terrieri. Grazie ai commerci, questi gruppi si erano arricchiti e volevano contare di più. Formarono così una sorta di aristocrazia cittadina, cioè un gruppo ristretto di famiglie potenti che guidava la politica e l’economia del comune.

Dentro le città, anche il lavoro cambiò. Gli artigiani si organizzarono nelle Arti, associazioni che riunivano chi faceva lo stesso mestiere. Ogni Arte stabiliva regole precise sulla qualità del lavoro, sui prezzi e sulla formazione. Le botteghe erano piccole, spesso familiari: qui si entrava da giovani come apprendisti (cioè ragazzi che imparavano il mestiere) e si lavorava accanto al maestro. Diventare maestro, però, era difficile: servivano anni di esperienza e molti risparmi per aprire una bottega propria.

Ma come funzionava il governo di un comune? Alla fine dell’XI secolo comparve una figura fondamentale: il console. I consoli erano i capi della città, eletti ogni anno. Dovevano far rispettare le leggi, amministrare la giustizia, riscuotere le tasse e guidare l’esercito in caso di guerra. Il loro potere, però, non era assoluto: il governo si basava su un equilibrio tra le famiglie più importanti, per evitare che uno solo prendesse il controllo.

Il sistema dei comuni si fondava anche sulla partecipazione della gente. I cittadini si riunivano in assemblee per discutere leggi, alleanze e guerre. Tuttavia, questa partecipazione era limitata: i poveri, i nuovi arrivati e chi viveva fuori dalle mura spesso non avevano diritti politici.

Eppure, la città offriva opportunità che la campagna non dava. Nei villaggi, i contadini dipendevano dai signori feudali; in città, invece, le regole erano diverse. Dopo alcuni anni di residenza, si poteva diventare cittadini a tutti gli effetti. Non a caso, in Germania si diceva: “L’aria della città rende liberi”. Non era solo un modo di dire, ma una realtà concreta.

Non tutte le città vissero questo cambiamento allo stesso modo. Il fenomeno dei comuni si sviluppò soprattutto nel Nord e nel Centro Italia. Alcune città crebbero enormemente: nel Trecento, Venezia, Milano e Firenze superavano già i 100.000 abitanti, diventando tra le più grandi d’Europa. Lo stesso accadde nei Paesi Bassi, con città come Gand e Bruges che crescevano a vista d’occhio. Qui il comune non era solo un sistema politico, ma un vero motore di sviluppo economico e sociale, capace di trasformare il volto del Medioevo.


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