È il 910. Siamo a Cluny, un piccolo centro della Francia orientale che sta per diventare il cuore spirituale dell’Europa medievale. Qui la giornata non è scandita dal lavoro nei campi o dal rumore delle armi, ma dal ritmo solenne delle preghiere. Cluny rappresenta un’idea nuova di monastero e di Chiesa.

Dall’XI al XIII secolo quasi tutti i movimenti di cambiamento religioso nacquero attorno alla nascita di nuovi ordini monastici (comunità organizzate secondo una regola comune). I monasteri erano anche luoghi importanti dal punto di vista sociale. I figli non primogeniti delle famiglie nobili, che non ereditavano le terre, trovavano qui la strada per fare carriera. Le figlie vi entravano spesso per risolvere problemi di eredità o per scelta religiosa.  In una civiltà in cui il gesto religioso più importante era il culto reso a Dio, il monastero, una vera cittadella della preghiera, era il luogo per eccellenza in cui Dio veniva lodato. Ma non era sempre stato così.

San Benedetto (VI secolo), fondatore della celebre Regola benedettina, aveva immaginato il monaco anzitutto come un penitente, ossia un uomo che entrava in monastero per ripulirsi dai propri peccati e vivere nell’obbedienza all’abate (il superiore del monastero) e alternare preghiera e lavoro. Nella sua visione, la liturgia non occupava ancora uno spazio dominante. Solo in epoca carolingia, soprattutto grazie a Benedetto di Aniane, il cosiddetto “ufficio divino”, cioè l’insieme delle preghiere quotidiane, assunse un ruolo sempre più importante.

Questa evoluzione raggiunse il suo punto più alto proprio a Cluny. Fondata nel 910 dall’abate Bernone con il sostegno del duca Guglielmo d’Aquitania, l’abbazia di Cluny fu posta direttamente sotto l’autorità del papa. Questo significava che non dipendeva dai signori locali, ma solo da Roma. In poco tempo Cluny divenne la più importante congregazione religiosa (rete di monasteri uniti dalla stessa guida) dell’Occidente, estendendo la sua influenza dall’Inghilterra all’Italia tra la fine del X e l’inizio del XII secolo.

I monaci cluniacensi erano benedettini, ma vivevano la Regola in modo particolare. Il lavoro manuale fu quasi del tutto abbandonato e affidato ad altri; restarono solo attività simboliche e brevi. Il centro della giornata diventò la preghiera e la lettura della Bibbia. Questa scelta trasformò Cluny in un modello imitato in tutta Europa.

La preghiera pubblica, chiamata Opus Dei (in latino “opera di Dio”), venne allungata. Tra i canti si inserirono lunghe letture tratte dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa (i grandi scrittori cristiani dei primi secoli). Nei monasteri più grandi molti monaci erano anche sacerdoti e celebravano anche Messe private, cioè celebrazioni tenute per intenzioni particolari. Per questo si costruirono più altari e cappelle laterali attorno al deambulatorio (il corridoio che gira intorno all’altare, nella parte più in fondo della chiesa). L’incenso, l’acqua benedetta, i canti solenni creavano un’atmosfera pensata per elevare l’anima verso il soprannaturale. La liturgia non era soltanto lode. Era anche intercessione (pregare per altri) e supplica. Intorno all’anno 1000 si moltiplicarono le Messe votive, celebrate per intenzioni specifiche. Un’attenzione speciale fu riservata ai defunti. Intere parti dell’ufficio erano dedicate alla preghiera per le anime dei morti. Fu l’abate Odilone di Cluny, alla fine del X secolo, a istituire la commemorazione dei Fedeli Defunti, il 2 novembre, ancora oggi celebrata come Giorno dei Morti. Per sostenere questa missione universale di preghiera, i monaci svilupparono anche un forte culto dei santi, invocati per avere da loro aiuto e protezione.

In questa prospettiva, la preghiera solenne di Cluny non era un semplice rito, ma una vera arma spirituale. Il monaco la usava prima contro sé stesso, per combattere le tentazioni e soprattutto l’acedia (una forma di stanchezza e torpore spirituale che colpiva chi aspirava alla perfezione). Seguendo in maniera rigorosa la Regola, il monaco cercava di resistere al diavolo. Ma la preghiera era anche una battaglia per il mondo intero: un modo per salvare quante più anime possibile dall’inferno.

Il monastero diventava così una “scuola del servizio divino”, secondo l’espressione della Regola benedettina. Attraverso la preghiera continua, si credeva che venissero ottenute grazie soprannaturali a beneficio di tutta la società.


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